Voto

7.5

A distanza di dieci anni dall’ultima e premiatissima fatica cinematografica La Classe, Laurent Cantet torna sotto i riflettori rilanciando il format già visto di alunni e professore, ma questa volta alle prese con la scrittura di un romanzo thriller ambientato a La Ciotat, storica cittadina industriale al Sud della Francia. Seduti attorno a un tavolo immersi in una lucente campagna francese, un manipolo di studenti poco brillanti partecipa al laboratorio di scrittura creativa tenuto da Olivia (Marina Foïs), scrittrice affermata e à la page, che spera di coadiuvare le riflessioni di tutti entro una civile e schematica impostazione.

Sin da subito l’occhio di Cantet indugia su Antoine (Matthieu Lucci), la testa calda del gruppo, le cui idee, politicamente virate all’estrema destra, collidono con l’impostazione progressista di Olivia, mentre la sua scrittura, così liberamente ardita, infastidisce i compagni. L’attitudine di Antoine viene via via svelata: si indagano le cause della sua rabbia sociale e gli spazi in cui monta la violenza; dimensioni che si stringono insistentemente nell’inquadratura. I videogiochi, il dialogo pressoché inesistente con la famiglia e una compagnia scapestrata fanno da cornice alla vita del giovane protagonista.

Tuttavia, è all’interno del gruppo di scrittura, in mezzo a quelle dichiarazioni poco ortodosse, di cui buona parte della popolazione europea condivide i contenuti, che si sviluppa una cesura evidente tra Antoine, Olivia e i ragazzi, tutti di differenti etnie. Gli attentati di Parigi e di Nizza, di Oslo e di Berlino si propongono visivamente nelle affermazioni degli alunni, immersi in un presente che li coinvolge e scatena in loro sentimenti contrastanti. Se Antoine arriva lucidamente a giustificare l’omicidio come atto dell’uccidere in chiave puramente analitica, Olivia considera le sue idee del tutto fuorvianti, sconsiderate e perverse, venendo meno al compito maieutico della letteratura. In un secondo momento, però, ne sembra quasi attratta, arrivando addirittura a intervistarlo per piegarlo alle sue “comodità” romanzesche

Ricca di spunti attuali di riflessione e nel limbo artistico tra reale e realistico, L’Atelier si sviluppa come un thriller, tradendo però le aspettative di suspense. Scritta con il fedele collaboratore Robin Campillo, la pellicola registra senza emozioni né empatia le coordinate mentali dei personaggi, mentre tiene a debita distanza lo spettatore. Se il fine è quello di tracciare il ritratto di una generazione che risponde al presente con determinazione e veemenza, Cantet ha fatto centro. 

Potrebbero interessarti: