Voto

7

Immaginate un meltin’ pot di timbri ed etnie, dove Africa, Oriente e Occidente riescono a incontrarsi e a dialogare. Pensate poi all’intellettualismo dell’indie-rock, al piglio anthemico del pop e alle illimitate possibilità sonore aperte dall’elettronica, che ha travalicato tutti i confini della musica concreta. Kudalesimo si snoda proprio attorno a questi ormai complementari poli della musica contemporanea, concretizzandosi in un disco policromo, che rifugge il settorialismo per volgersi all’esotismo e alla contaminazione.

Lo dimostra il tappeto di percussioni tribali di Quilomacho, preannunciato dai versi di una non distinguibile fauna artificiale, che dà il benvenuto in un’isola selvaggia, una sorta di agglomerato di numerose tendenze soniche. In Ouroboros e Daily Activity predomina invece l’Occidente, che trova espressione rispettivamente in fraseggi di tastiera simili a pizzicanti insetti metallici e in effetti wobble adagiati su un monocromatico sfondo di bordoni, cui fanno seguito una palpabile linea di basso che flirta con le muscolari pulsazioni della batteria. Prima di tornare a fare i conti con l’elettronica digitale, levigata e luminosa di West e Kudalesimo, però, i Ku.dA iniettano un’anthemica linea vocale in una trama che intreccia salsa e flamenco (Never Picture Down), per poi trasformare – anche se per brevi istanti – la chitarra elettrica in uno strumento percussivo (Phone in a Boh).

Federica Romanò