Voto

6.5

Agenti segreti della tavola rotonda guidati da re Artù, nobiluomini di nome e di fatto che fanno dell’eleganza uno stile di vita e un modo di combattimento. “I modi definiscono l’uomo”: da tale principio nasce la Kingsman, squadra di servizi segreti che deve il nome a un prestigioso negozio di sartoria. Grazie a loro il destino poco promettente di Eggsy, un ragazzo cresciuto in strada abbandonato a se stesso, vittima di una madre incosciente e del suo compagno sarà salvato, e con lui la sorte dell’intera umanità. 

Un film dalle problematiche attuali, seppur legate a intenzioni paradossali. Un film d’azione, ma a tratti anche splatter. Un film che non si prende sul serio. Matthew Vaughn legge The Secret Service, il fumetto di Mark Millar e Dave Gibbons, e costringe i suoi valorosi cavalieri a contrastare il volere dello psicotico-milionario Valintine, businessman persuasivo dalla parlata buffa ma convincente.

Un continuo succedersi di azioni violente, sempre sull’orlo di rivelarsi un bluff, ma mai troppo scontate: il film si presenta come una promessa che non può essere mantenuta fino in fondo, e si costruisce – come nella fenomenologia Husserliana – all’interno di attese vuote, che possono o non possono riempirsi. Un finale che sembra non arrivare mai, combattimenti in ogni dove e di ogni genere: crudi, colmi di sangue provocato nei modi più improbabili, quasi surreali e talvolta macabri. Si susseguono morti improvvise, non preannunciate, la cui immediatezza suscita stupore, senza lasciare spazio al dispiacere, e fa anzi sperare invano nella “resurrezione” dei personaggi.

Il regista gioca con cura sulla costruzione delle aspettative, con l’obiettivo di deludere intenzionalmente lo spettatore, lasciandolo insoddisfatto e spiazzato, incollandolo allo schermo. La suspance, infatti, non manca mai e i personaggi sono piuttosto sfumati, poco inseribili in categorie nettamente differenziate: le tipologie umane tipiche degli spy movie sono riconoscibili in ognuno di essi – il cattivo, il ragazzo degli ambienti popolari che diventa eroe, il figlio di papà altezzoso e snob – ma sembrano essere utilizzate con scopi ironici e sarcastici fino a diventare delle macchiette.

Un lavoro non troppo originale nelle tematiche, ma che si differenzia dagli altri film di spie per questo particolare aspetto tragi-comico conservato fino alla fine, senza mai però palesarlo, che avvicina il film a una sorta di parodia di se stesso.

Federica Romanò