Voto

6.5
 

Il nome “Kimbra” potrebbe non risultare familiare all’ascoltatore medio, ormai bombardato da nuove giovani promesse del pop e consistenti come-back di vecchie celebri conoscenze. In realtà, in molti hanno già canticchiato – ignari, a mo’ di tormentone – la breve strofa che l’ha vista protagonista di Somebody I Used To Know di Gotye.

Reduce dal suo ultimo tour conclusosi nel 2014 (The Golden Echo), Kimbra ha deciso di intraprendere un viaggio on the road attraverso gli Stati Uniti, da Los Angeles a New York, per entrare in contatto in maniera più diretta con il suo spirito creativo. È proprio durante questo periodo che Primal Heart inizia a prendere forma, incentivato dalla nuova collaborazione di Kimbra con il produttore John Congleton, che di recente si è guadagnato un Grammy per il miglior Album alternative con St Vincent. Nonostante le succose premesse, la prima metà dell’album sembrerebbe non apportare nulla di nuovo all’archivio dell’artista: i ritmi ipnotici e ripetitivi, le progressioni e i toni caldi che contraddistinguono la sua voce non danno segno di aver abbandonato il solito palinsesto delle sue performance, indicando che il suo percorso spirituale, più che a una rinascita, l’ha condotta a una riconferma di quel passato da cui cercava di divincolarsi.

Del tutto inaspettato è il cambio di rotta a partire dalla quinta traccia: Like They Do On The TV. Il brano sfoggia dei familiari synth anni ‘80 coscientemente adagiati su una base Lo-Fi (di quelle che accompagnano gli eventi underground organizzati nei grandi capannoni delle città più modaiole) e apre il sipario a una serie di tracce sorelle, eteree e ronzanti, sulle quali Kimbra si lancia in brevi rappate tutt’altro che sconvenienti.

Primal Heart è quindi la metafora del percorso della sua autrice: parte cauto, a tratti banale, senza uscire dal seminato, per poi accompagnare l’ascoltatore in un climax audace e di sperimentazione; nella speranza che questo basti.

Giulia Tagliabue