Voto

7.5
 

Finalmente, dopo cinque anni di silenzio musicale, la luce torna a splendere sulla voce di Kesha (adesso con la S “normale”), rinata sotto un arcobaleno. La tempesta che stava sconvolgendo la vita della popstar risale al 2014, quando decise di denunciare il suo produttore, Dr. Luke, accusandolo di abusi sessuali, verbali e psicologici e richiedendo, tra l’altro, la recessione del contratto che dal 2005 la legava alla sua etichetta Kemosabe. La decisione dei giudici deluse aspramente le aspettative di Kesha, che ne uscì distrutta sia da un punto di vista artistico sia psicologico, tenendola lontana dal palcoscenico per gli anni che seguirono.

Con queste premesse, non è certo difficile arrivare a concepire Rainbow come una rinascita dal sapore di indipendenza – non solo artistica, ma anche personale. Se ci si sofferma sulle hit che hanno reso celebre la giovane ribelle (pezzi come Tik Tok e Die Young), è inevitabile apprezzare la radicale trasformazione stilistica; ma se ci si è presi la briga di riprodurre anche “l’altra metà” delle tracce dei dischi precedenti, Rainbow non è altro che la loro naturale evoluzione.

La nuova Kesha, country, classica e un po’ vintage, sembra voltare le spalle alle elaborate impalcature Ebm tipiche di Dr. Luke: tracce acustiche, cavalcate rock’n’roll e piacevoli ballate rendono Rainbow quanto di più autentico e sentito potesse produrre la cantante. Sembra non esserci posto nell’album per i tormentoni pop e le hit scanzonate che finora hanno caratterizzato il percorso dell’artista, ma i più fedeli, forse, non ne sentiranno nemmeno la mancanza.

Giulia Tagliabue