Voto

8.5

Kanye ha portato tutti, nel bene e nel male, a parlare di lui, e le critiche non potevano mancare. Ma se tutte le sue ultime mosse, dall’appoggio politico a Trump all’affermazione che “la schiavitù è stata una scelta”, fossero semplicemente una mossa di marketing per attirare l’attenzione sull’imminente uscita del suo – o meglio dei suoi – dischi? E infatti in Wouldn’t Leave recita: “I said, “Slavery a choice”—they said, “How, ‘Ye?” / Just imagine if they caught me on a wild day / Now I’m on fifty blogs gettin’ fifty calls / My wife callin’, screamin’, say, “We ‘bout to lose it all!”.

In 23 minuti condensati in sole 7 tracce Kanye dimostra la sua supremazia musicale: di rapper, producer e imprenditore. Notevole la copertina, che è come un meme di se stesso: una foto scattata con l’iPhone poco prima della serata di lancio del disco in un ranch immerso nelle campagne del Wyoming e una scritta che recita “Io odio essere bipolare è fantastico”.

Per Kanye è arrivato finalmente il momento di mettersi a nudo. E lo fa raccontando la sua storia con un punto di vista dall’intimità spiazzante tanto per l’ascoltatore quanto per se stesso: tra i tradimenti (All Mine), i pensieri suicidi che diventano omicidi – premeditati (I Thought About Killing You) –, l’amore consapevole per i figli che crescendo non potranno essere per sempre sotto la sua protezione (Violent Crimes) e i problemi di salute fisici (come quelli respiratori affrontati pochi mesi fa) e mentali. Ye è la deposizione di Kanye.

Ottavo disco della sua produzione, Ye raccoglie sonorità molto diverse tra loro, eppure legate da una precisa trama, quella di una carriera impeccabile. I testi si diramano lungo percorsi elettronici simili a quelli dell’ultimo periodo di Kanye (The Life Of Pablo e Yeezus), senza dimenticarsi le sonorità che richiamano la vecchia scuola – fatta di pianoforte, voci e sample di qualità –; una strada già battuta nell’esordio The College Dropout.

Anna Laura Tiberini