Voto

5

Justin Timberlake si è sempre preso i suoi tempi, realizzando soltanto cinque album (quattro, considerando le due parti di The 20/20 Experience come un progetto unico) in sedici anni di carriera solista. Dopo l’esperienza con gli NSYNC, riuscì infatti a sorprendere sia la critica che il pubblico con l’esordio Justified (2002) e il successivo FutureSex/LoveSound (2006), liberandosi dal cliché fanciullesco che attanagliava gli ex membri delle boy band, e proiettandosi verso un futuro fatto di R&B, soul e tanto ritmo, insieme a compagni di avventura come Timbaland e The Neptunes.

Atteso alla prova del fuoco, dopo un fuorviante teaser in cui l’impressione di trovarsi di fronte a un Timberlake pronto ad abbracciare le radici American roots sembrava potersi concretizzare, le aspettative per il suo quinto lavoro in studio erano alle stelle. Ma Man of the Woods è un autentico polpettone di generi, sottogeneri e produzioni sconclusionate: dal primo singolo Filthy, traccia synth funk pregna di wobble bass che tenta di risultare forzatamente “futuristica” scadendo nel kitsch, al’imbarazzante approccio trap dell’apocalittica Supplies, fino alla bislacca disco music di Montana, Man of the Woods fa il pieno di cattivo gusto.

Una piccola luce in fondo al tunnel, però, si intravede: nonostante il duetto di Say Something risulti anonimo, l’abile talento nel songwriting di Chris Stapleton contribuisce a rendere The Hard Stuff uno dei più riusciti dell’album. Con Man of the Woods, Justin Timberlake tenta di far coesistere funk, R&B. trap e country, ma i risultati sono sconfortanti.

Christopher Lobraico