Gli anni Novanta rappresentano l’anello di congiunzione tra le grandi storie fantasy degli anni Ottanta e l’utilizzo della tecnologia CGI in favore della spettacolarità e a discapito della storia. L’effetto nostalgia e la tendenza al “riciclo” degli ultimi anni mostra quanto questo ultimo decennio del Novecento sia stato carente di materiale innovativo ma fondamentale per creare un terreno fertile ad accogliere i successivi cambiamenti dei prodotti audiovisivi.

Per il piccolo schermo nasce infatti il fenomeno di massa della serialità televisiva: X-Files, E.R., Friends, Beverly Hills 90210 e I segreti di Twin Peaks gettano le basi della serializzazione, che esploderà nei primi 2000. Sul grande schermo, opere come Jurassic Park sono il frutto della totale libertà di sperimentare, resa possibile dalle innovazioni tecnologiche. In questo contesto Jumanji si colloca alla perfezione, epitaffio di un grande ciclo di racconti.

1. “Nella giungla dovrai stare, finché un cinque o un otto non compare”

Jumanji rientra tra le pellicole che meglio si sono fatte largo nell’immaginario occidentale, fissandosi in maniera indelebile. Tratto dal romanzo di Chris Van Allsburg, il film racconta le vicende del giovane Alan Parrish (Adam Hann-Byrd) in fuga dai bulli (come Bastian ne La Storia Infinita), che insieme all’amica Sarah Whittle (Laura Bell Bundy) troverà uno strano gioco da tavolo. Il regolamento è semplice: “Jumanji, un gioco che sa trasportar, chi questo mondo vuol lasciar. Tira i dadi per muovere la pedina, i numeri doppi giocano due volte e il primo che arriva alla fine vince”. Il gioco si presenta come una tavola ouijia dotata di display che prende letteralmente vita: a ogni lancio dei dadi corrisponde la fuoriuscita di animali della giungla dal tabellone. Ma quando toccherà ad Alan, la cattiva sorte lo risucchierà all’interno del gioco. Venticinque anni dopo gli orfani Judy (Kirsten Dunst) e Peter (Bradley Pierce) ritrovano Jumanji, e grazie a un lancio fortuito Alan (Robin Williams), sopravvissuto alla giungla, riuscirà a tornare nella realtà. L’unica salvezza sarà concludere la partita, alla quale dovrà partecipare anche Sarah (Bonnie Hunt), ormai adulta.

2. “Io ho visto cose che voi avete visto solo negli incubi”

Parafrasando Roy Batty in Blade Runner, Alan avverte gli orfani sui pericoli di Jumanji, ma alla fine comprenderà che l’unico modo per annullare gli effetti del gioco è affrontarli. Si tratta dunque di un racconto di formazione in cui l’evoluzione dei protagonisti corrisponde alla progressione del gioco: superare i mostri corrisponde a fare un passo avanti verso la maturità. Riguardare la pellicola a distanza di vent’anni rivela inoltre la metafora insita nella narrazione: il rifiuto della crescita (già presente in Hook – Capitan Uncino). Alan, bambino timido, confinato nell’ombra del padre, fugge dalla realtà fisicamente, così come Sarah fugge dalle sue insicurezze, mentre Judy inventa bugie e Peter finge il mutismo per sopperire alla morte dei genitori. Sarà per questo motivo che i tamburi vengono uditi solamente da loro? In fondo, come afferma Rufio in Hook, “i grandi sono tutti pirati”.

3. “Ogni sconvolgente conseguenza del gioco scomparirà solo quando il giocatore raggiunto Jumanji gridato forte il nome avrà”

Da bambini ci si sente bistrattati per non avere mai voce in capitolo, ma, similmente a It, sono proprio loro a cogliere l’inquietudine del reale, concretizzata nella paura di un mostro che gli adulti non possono vedere. In Jumanji la sensibilità dei bambini si traduce nella consapevolezza che qualcosa di terribile possa accadere da un momento all’altro. Alan e Sarah sono adulti da un punto di vista anagrafico, ma sono rimasti bloccati nella loro infanzia; il primo perché sospeso in un limbo dettato dal gioco, la seconda perché segnata dal trauma infantile. Come con It, però, il mostro di Jumanji non può essere affrontato singolarmente, e solo il gioco di squadra risolverà il conflitto: la vittoria è del singolo, ma la salvezza è comune a tutti.

4. “Un avversario prima o poi va affrontato”

Un altro elemento centrale del film è il rapporto genitore-figlio, ripreso da Stand by Me. Samuel Parrish (Jonathan Hyde), padre di Alan, è un uomo autoritario e poco aperto al dialogo, tanto che suo figlio prima di essere risucchiato dal gioco, giura di non volergli più parlare, negandosi così un percorso di maturazione, che avverrà solo in seguito nel corso del film; non è un caso che il cacciatore Van Pelt rappresenti l’alter ego di Alan (interpretato tra l’altro dallo stesso attore), dal quale sarà costretto a fuggire fino al confronto decisivo.

5. “Si mette male la missione, scimmie rallentano la spedizione”

I riferimenti cinematografici non mancano. Le scimmie in Jumanji mimano le scimmie alate de Il Mago di Oz e agiscono sulla falsariga delle bizzarrie dei Gremlins. Judy assume le fattezze di una moderna (e grunge) Dorothy con le treccine, mentre Peter, barando al gioco, assume le fattezze di una scimmia, ricalcando le orme della metamorfosi di Scott (Michael J. Fox) in Voglia di vincere. Anche la regia di Joe Johnston non manca di citazioni, rivisitando il filone avventuroso degli anni Ottanta in maniera versatile: da un lato è capace di intrattenere lo spettatore sfruttando l’imprevedibilità del gioco, dall’altra concilia l’intrattenimento per famiglie con la giusta dose di azione e brivido. Si percepisce l’eco spielberghiano (Johnston ha supervisionato gli effetti speciali de I predatori dell’arca perduta) negli effetti speciali, che risultano “accettabili” anche a distanza di ben ventidue anni. La corsa all’iperrealismo lanciata da Jurassic Park rende Jumanji una realtà aumentata che riesce a congiungere vecchia scuola e tecnologia nascente. Seppur dalla fotografia spenta, il dinamismo e la ripetitività della trama vengono scanditi dal ritmo delle scene umoristiche, che alleggeriscono la pellicola e rendono Jumanji un gioiello senza precedenti.

Il successo di Jumanji fu inarrestabile, tanto da ispirare una serie animata di quaranta episodi, (andata in onda tra il 1996 e il 1999), vari videogiochi e altrettanti gioco da tavolo. Ora è in arrivo l’atteso reboot Jumanji – Benvenuti nella giungla. Saranno in grado Dwayne Jhonson, Jack Black e Kevin Hart di mantenere alto lo standard dell’interpretazione dell’amato Robin Williams, pietra miliare degli anni Novanta?

Daniela Addea