Voto

4
 

Sin dal trailer Jumanji – Benvenuti nella giungla è stato accolto da pareri contrastanti: è difficile reggere il confronto con una pellicola diventata un cult e che vanta la presenza di un attore iconico come Robin Williams. Risulta di conseguenza lecita la scelta di non identificarsi come reboot o remake, ma come uno stand-alone sequel, ambientato a trent’anni di distanza dal primo film. Ma si tratta davvero di un sequel?

Jumanji, che fino al 1995 era un gioco da tavolo, misteriosamente si trasforma in videogioco, trasportando quattro ragazzi (in punizione) all’interno di un mondo virtuale dove assumono le sembianze dei loro avatar. Sono Kevin Hart, Dwayne Jhonson, Jack Black e Karen Gillian. Ma per conferire al film un qualsivoglia valore non è sufficiente allacciarlo al finale aperto della pellicola precedente né cavalcare l’onda nostalgica degli ultimi anni. Se la nuova action comedy rinnova il suo predecessore, stravolge l’estetica ‘90s e la attualizza, modificandone il modello di fruizione, le regole rimangono invariate: terminare il gioco e sopravvivere.

Le autocitazioni fatte attraverso product placement (come i videogame The Last Guardian e Uncharted) assecondano l’ambientazione contemporanea e sostengono il ritmo della narrazione. Ma la sceneggiatura pecca di facili sentimentalismi da teenage drama e di intrattenimento spicciolo, incentrato su stereotipi o sulla presenza scenica degli attori, vincenti nell’autoironia ma non nell’originalità.

Il fatto che Jhonson e Hart reggano da soli tutto il film, le citazioni a Breakfast Club e Indiana Jones, la confusione geografica e storica legata all’ambientazione, ai costumi e ai personaggi sono elementi che portano il pubblico a chiedersi una sola cosa: era davvero necessario?

Daniela Addea