Voto

8
 

A soli vent’anni John Prine ebbe la capacità di scrivere due brani così amareggiati da fare breccia nel cuore di Bob Dylan, che definì il suo songwriting “esistenzialismo Proustiano”Uno di questi era Sam Stone, storia di un veterano diventato tossicodipendente e abbandonato dal suo Paese (“There’s a hole in daddy’s arm where all the money goes / Jesus Christ died for nothing I suppose”).

A tredici anni dal suo ultimo album di inediti, e dopo aver lottato per ben due volte contro il cancro negli ultimi vent’anni, John Prine focalizza la sceneggiatura di The Tree of Forgiveness sull’essenzialità della vita e la consapevolezza della morte: l’enorme peso del tempo che passa e le riflessioni sulle abitudini più banali, come fissare le nuvole da un portico, possono tramutarsi nell’esperienza più felice di una giornata.

Tredici tracce che segnano il ritorno di John Prine, ormai settantunenne e con la voce sussultante, supportata durante l’esibizione al “Late Show with Stephen Colbert” da backing vocalist come Brandi Carlile e Sturgill Simpson, “figliocci” che ne stanno raccogliendo l’eredità artistica.

Nonostante Summer’s End possa essere già considerata tra le canzoni migliori dell’anno, è When I Get To Heaven la traccia più rappresentativa del disco, in cui Prine riflette su quello che vorrebbe fare in Paradiso, come poter finalmente fumare di nuovo e rincontrare la sua famiglia. The Tree of Forgiveness è il manifesto di una discografia che ha avuto inizio quarantuno anni fa e che, proprio come nel 1971, continua a commuovere chi ha la pazienza di immergersi nelle sue storie, in perfetto equilibrio tra passato e presente.

Christopher Lobraico