Voto

8.5

4:44 è la prova che le onorificenze non vengono riconosciute casualmente: celebrato da Obama per essere stato il primo rapper della storia inserito nella prestigiosa “Songwriters Hall of Fame”, Shawn Corey Carter realizza l’album più introspettivo della sua carriera.

Liberarsi del proprio ego è il tema principale di Kill Jay-Z, prima traccia di un lavoro in studio essenziale e conciso (fortunatamente, considerata la durata estenuante delle uscite discografiche di alcuni colleghi). Anche i featuring sono sporadici e mirati: Caught Their Eyes è un monito a guardarsi intorno, in collaborazione con Frank Ocean; i cori di Beyoncé armonizzano Family Feud, una tirata d’orecchie alla vecchia e alla nuova scuola dell’hip hop (“nobody wins when the family feuds”); e Bam featuring Damian Marley, in cui il tema dell’ego torna e la sfrontatezza si rivela una delle chiavi di lettura principali del suo successo.

Il momento topico, però, risiede nella titletrack (4:44), in cui per la prima volta Jay-Z si mette a nudo confessando il tradimento e i problemi familiari che, l’anno scorso, hanno dato vita a Lemonade della moglie Beyoncé, una “lettera” d’amore e rabbia acclamata dalla critica mondiale.

Grazie a un flow quasi da crooner, basi eleganti e samples che spaziano da Nina Simone (The Story of O.J) a Stevie Wonder (Smile) fino ai Fugees in Moonlight, in cui il rapper di Brooklyn dà vita a una delle riflessioni sulla cultura afro americana più intriganti dell’intero album riferendosi all’ultima cerimonia degli Oscar (“we stuck in La La Land / even if we win, we gonna lose”), 4:44 si rivela il lavoro più lucido e ispirato di Jay-Z da molto tempo a questa parte.

Christopher Lobraico