James Dean, vero mito della gioventù ribelle americana, è venuto a mancare il 30 settembre 1955, vittima di un tragico incidente mentre si trovava alla guida della sua Porsche 550 Spyder. Aveva soli 24 anni e bastarono soli tre film per farlo entrare nell’immaginario collettivo di un’intera generazione.

Insieme a Marilyn Monroe, James Dean è stata la più importante star del cinema scomparsa prematuramente e rimane tutt’ora l’oggetto di un culto che sfiora il fanatismo. Ogni scritto sull’icona statunitense racconta sempre la stessa storia: quella di una rapida scalata al successo seguita da un’altrettanto veloce quanto imprevista caduta rovinosa. E non è stato solamente e semplicemente “il primo adolescente”, come è stato ripetutamente definito: James Dean è stato la prima pop star, il primo attore che mutò la propria esistenza in una perenne messa in scena a uso e consumo dei media, vivendo in una sorta di realtà parallela dove niente aveva senso di esistere al di fuori del cinema.

Con le sue pose da “ribelle senza causa”, da giovane teppista da strada, James Dean fu la prima vittima della grande macchina messa in modo dal sogno Americano. Bello e maledetto, “pecora nera” di un mondo cinematografico che si avviava a radicali cambiamenti, divenne il simbolo di una rivoluzione culturale che coinvolse tanto gli Stati Uniti quanto il cinema. In quegli stessi anni, infatti, la cosiddetta “fabbrica dei sogni” si stava aprendo a un nuovo modo di fare cinema: meno autocelebrativo e più libero, indipendente e vicino alla realtà, attento ai fenomeni sociali e soprattutto al nascente movimento giovanile, che proprio il cinema stesso contribuì a definire.

La fama di Dean è dovuta soprattutto a una vita privata sregolata, piena di scandali e leggende, che gli è valsa la nomea di ragazzo ribelle e ha messo in secondo piano il suo talento, trasformandolo in un fantoccio in mano ai tabloid statunitensi. È questo il prezzo da pagare per una vita al limite. Ma James Dean non fu solo questo. Il regista Peter Bogdanovich, in una famosa intervista per la televisione, una volta disse: “Dopo Clift venne Marlon Brando, e dopo Brando venne James Dean”. Il segreto del loro talento era infatti lo stesso: l’uso accorto della prossemica e della gestualità come caratteristica essenziale del loro stile attoriale. James Dean fece infatti del movimento e dell’espressività un vero marchio di fabbrica unico e inimitabile.

L’esordio sul grande schermo di Dean avvenne con La valle dell’Eden di Elia Kazan (1955), opera tratta dall’omonimo romanzo di John Steinbeck. Il film di Kazan mostra la parabola di vita di un ragazzo fragile e insicuro dell’Indiana che piano piano si trasforma davanti alla macchina da presa e diventa un uomo di mondo. Lo sceneggiatore del film (Paul Osborn) racconta come durante le riprese Dean non seguisse praticamente mai la sceneggiatura né le indicazioni del cast, preferendo improvvisazioni e movimenti azzardati che gli permisero di calarsi meglio nel personaggio.

Allievo dell’Acotrs Studio di New Yorj, Dean applicò in ogni suo film il “metodo stanislavskij”, basato sull’approfondimento psicologico del personaggio alla ricerca di affinità tra il suo mondo interiore e quello dell’attore. Attraverso la recitazione vengono rielaborate a livello più intimo le proprie emozioni, che vengono  esternate sulla scena mandando letteralmente a quel paese vincoli e regole.

In Gioventù bruciata di Nicholas Ray (1951) il modo di camminare, la gestualità e l’espressività di James Dean resero iconica la sua interpretazione di Jim. Ray, che amava affondare le radici delle proprie storie in ambienti contemporanei e condirli con una approfondita riflessione sociologica, rese il mondo interiore di Jim un punto di riferimento per i teenager americani irrequieti di allora, donando al film una forza così travolgente da divenire il simbolo di un’intera generazione. Ventiquattrenne cresciuto senza una madre e mal visto dalla figura paterna, Dean interiorizzò tutta la rabbia del suo personaggio, un ribelle senza causa, appunto, ma desideroso di essere ascoltato.

Dopo la sua morte Hollywood ne ricordò la figura di Dean nel 1957 con il documentario The James Dean Story, co-diretto da Robert Altman, in cui viene sottolineata la volontà di James Dean di vivere al massimo dell’energia e della velocità, cogliendo l’attimo in ogni sua sfumatura. E, di recente, ne ripercorre la biografia il film Life di Anton Corbijn. Il segreto del suo incredibile e duraturo successo fu la capacità di infondere nelle pellicole che interpretava qualcosa di unico e profondamente umano, che andò al di là del suo statuto di pura leggenda.

Mattia Migliarino

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