Voto

5

Ricorderemo gli Iron Maiden con lavori ben più convincenti e incazzati di quest’album di secondo ordine. Piatto, infinito – un’ora e mezza! –, non è altro che un riciclo riuscito male dei vecchi Maiden; un contentino per i fan di vecchia data piuttosto che un disco con qualcosa di concreto da dire.

A parte un pizzico di entusiasmo qua e làDeath Or Glory e, in generale, l’eco di un solismo chitarristico dallo swing trascinante – e qualche novità neanche particolarmente apprezzabile – gli archi e il pianoforte di Empire Of The Clouds, lunghezza di 18 minuti a parte –, il sedicesimo disco della più amata heavy metal band al mondo annoia.

È forse l’heavy metal un genere adatto solo a band giovani? Non sembrerebbe, dato che con il precedente The Final Frontier (2010) i Maiden avevano mostrato di avere ancora un colpo in canna. D’altronde, come ha recentemente dichiarato il chitarrista Janick Gers, hanno sempre tirato dritto per la loro strada e il pubblico gli ha sempre dato ragione.

Ma ascoltando The Book Of Souls ci si accorge che la fiamma degli Iron Maiden si è affievolita. Caro Janick, è forse il caso di fare un passo indietro.      

Luca Paterlini

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