Voto

6

Nessun salvataggio d’emergenza a cuore aperto, nessuna banalissima storia d’amore tra le corsie o splendidi dottori alla E. R.: in Ippocrate di Thomas Lilti si respira l’odore tipico degli ospedali, che sa di naftalina e igienizzanti.

La macchina da presa segue pedissequamente il filo delle vicende, senza interventi stilistici di sorta: a metà tra fiction e reportage di denuncia, Ippocrate racconta la malasanità che imperversa negli ospedali, dai macchinari obsoleti alla scarsità di letti per i pazienti. Proprio come richiede il reportage, nessuna parentesi viene lasciata aperta nella narrazione: ogni storia principale o secondaria viene affrontata e chiusa in modo coerente.

Sebbene la storia di Benjamin (Vincent Lacoste, nominato al premio César per questo ruolo), ventitreenne fresco di specializzazione e – soprattutto – figlio del primario dell’ospedale in cui lavora, non spicchi per originalità, la messa in scena e la recitazione rendono onore al tema film. Degna di nota la sequenza della rivolta degli infermieri, stanchi delle prese in giro della commissione sanitaria; costruita con una tale naturalezza da rendere difficile credere che si tratti di attori alle prese con un copione.

Un film che ambisce a raccontare qualcosa di “vero”, come vera è l’influenza della materia nella vita del regista, che prima di dedicarsi al cinema aveva intrapreso gli studi in medicina. È forte l’eco del naturalismo, e Lilti riesce a coglierlo bene: senza retorica.

Caterina Prestifilippo