Voto

5

Into the woods si rivela inaspettatamente un musical, in cui le parti cantate sono tante e di fondamentale importanza, e si presenta anche come una concatenazione di molteplici fiabe dei fratelli Grimm – rinomate, sentite e risentite – le cui morali vengono intrecciate facendo incontrare i rispettivi protagonisti all’interno di un bosco, nel quale uniranno i loro destini. In sole due ore assistiamo infatti al racconto di Cappuccetto Rosso, Jack e il fagiolo magico, Cenerentola e Raperonzolo.

I personaggi cantano la quotidianità che vivono, i propri pensieri e lo scopo delle proprie azioni, esattamente come in Sweeney Todd di Tim Burton; tale somiglianza raggiunge il culmine durante la presentazione dei due protagonisti: un panettiere e sua moglie – gli unici a essere un’invenzione originale del regista – che quando vengono ripresi dall’esterno di una vecchia finestra alla quale sono affacciati mentre meditano un piano per avere il figlio tanto atteso, spettinati e sporchi di farina, ricordano il diabolico barbiere tagliagole di Fleet Street e la macchiavellica signora Lovett.
Ma ciò che innanzitutto manca rispetto alla pellicola burtoniana – tanto per cambiare – è l’atmosfera di torbida angoscia e cupo tormento in cui sono inseriti i personaggi e che loro stessi trasmettono; la profondità psicologica costruita da Burton è qui del tutto assente, per enfatizzare invece l’umorismo che Rob Marshall – il regista – alterna alla serietà dei temi trattati, impedendo così agli spettatori di inserire la pellicola in un unico genere cinematografico.

Come svela il titolo stesso, sarà il bosco a regnare sovrano per l’intera durata del film – all’interno del quale farà la sua breve ma intensa comparsa Johnny Depp nelle vesti di un ammaliante e seducente lupo dall’incantevole voce, in abiti forse un po’ troppo finti – inteso ancora una volta come il luogo della perdizione e dell’irrazionalità, dove il quotidiano e le relazioni sociali vengono completamente stravolti e nel quale, paradossalmente, i personaggi ritrovano finalmente se stessi.

Marshall restituisce alla fiabe inscenate il loro consueto svolgimentoo e avvicina ai dilemmi del pubblico, con cinismo e ironia, la morale che le accompagna: il regista costruisce esilaranti scene, tra le quali spicca per idiozia e divertimento quella che vede un principe azzurro cialtrone e un suo surrogato cantare con gestualità patetiche ed esasperate la loro agonia nel rincorrere le due giovani fancuille che, per volontà propria o per legittimi impedimenti, si oppongono al loro ardente desiderio di prenderle in moglie. Allo stesso modo, ma scevra di tanta teatralità, anche il resto della colonna sonora curata da Stephen Soundheim si fa portatrice delle questioni morali che attraversano il film, costringendo i personaggi a cantare le proprie riflessioni introspettive, che costituiscono un momento a se stante, immobilizzando la trama.

Il risultato è un insieme di troppi ingredienti che rischia di essere eccessivo e che dilata eccessivamente la durata del film. Insopportabile è il testardo rifiuto del lieto fine, improvvisamente e quasi senza senso fatto a pezzi da un crescendo di eventi drammatici improvvisi, ma di scarso impatto emotivo. Peccato soltanto per la squisita interpretazione di Maryl Streep, che ha perfettamente indossato i panni di un’egoista e frenetica – decisamente psicotica e complessata – strega dallo sfarzoso abito azzurro rubato alla fata turchina.

Federica Romanò