In occasione 26a edizione del Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina di Milano è stato presentato Black President (Zimbabwe/Sudafrica/Gran Bretagna, 2015) di Mpumelelo Mcata. Prima esperienza alla regia del musicista africano, il documentario segue il lavoro dell’artista Kudzanai Chiurai, che fa della propria arte un vero e proprio inno alla libertà, alla democrazia e all’uguaglianza. Il film ricalca lo spirito del suo protagonista, concentrandosi sull’importanza della lotta che ognuno di noi deve affrontare per ottenere libertà e identità per se stesso e per la società intera, senza lasciarsi sottomettere da pregiudizi razziali o di genere.

Questa è stata la tua prima esperienza da regista: come l’hai vissuta?
Mi sembra di aver attraversato nel corso della mia vita una serie di “prime volte”. Mi riferisco a questa esperienza cinematografica, ma vale lo stesso in relazione alla musica: con ogni band di cui ho fatto parte ho prodotto un solo album, mentre, per quanto riguarda la regia, questo era un documentario, ma adesso mi piacerebbe girare un fiction film. Non so bene come definire questa esperienza, semplicemente è stata la prima volta, e così mi sono sentito.

Il film si concentra sul ruolo dell’arte come mezzo di comunicazione: che cosa pensi della responsabilità di un artista nel comunicare al pubblico un messaggio e del rischio che anche l’arte diventi una forma di propaganda?
È molto importante che l’arte non cada nella burocrazia politica, altrimenti diventa propaganda, diventa politica. Un artista deve avere una voce che parli direttamente all’anima delle persone, che conversi con la loro umanità, se no rimaniamo relegati allo statuto di “macchine”. Ritengo che l’unico modo per parlare veramente e personalmente con gli altri sia attraverso l’arte, perché non esclude i dubbi, le ambiguità, i sentimenti e le emozioni che sono proprie del nostro essere. Abbiamo bisogno che gli artisti continuino a mandare i loro messaggi; è l’arte che può veramente portare cambiamenti. Ad esempio, in Africa dopo l’apartheid è diventato illegale operare distinzioni tra le persone sulla base del colore della loro pelle. Se però la legge è cambiata,  il modo in cui le persone pensano è rimasto lo stesso: solo perché una nuova legge è stata imposta, non significa che le persone che erano d’accordo col vecchio sistema siano scomparse. L’arte, invece, può davvero fare la differenza.

black president

Nel film viene presentato spesso l’ideale della morte in nome della libertà, che si contrappone alla domanda: “come puoi essere libero se sei morto?”. Vuoi approfondire la questione?
È una questione molto importante, soprattutto oggi, considerando il pericolo costante del terrorismo. Alcune persone donano tutte loro stesse a una causa, e molti muoiono perché ci credono fino in fondo. Una domanda che gli uomini si pongono da tantissimo tempo è la seguente: qual è il senso di morire per un ideale? I tuoi figli vivranno in un mondo che è cambiato grazie alla tua morte? Come fai a sapere cosa succederà se non ci sei più? È un atto di coraggio o di vigliaccheria? Penso che queste domande dovrebbero rimanere senza risposta, perché non si può veramente rispondere. Quanto sei disposto a dare per una causa? È un problema importante per chiunque viva in una situazione di oppressione e desideri una rivoluzione. Tutti noi dovremmo sempre porci queste domande, chiedendoci che cosa saremmo disposti a fare per la libertà.

Nel film viene rappresentata la reazione di Kudzanai Chiurai di fronte al concetto di black guilt: che cosa pensi in merito?
In Africa spesso si parla di black tax, ed è un fardello economico che anche io ho portato sulle spalle per molto tempo: quando sei nato in Africa in mezzo alla povertà, ma hai la possibilità di studiare e di trovare un lavoro, per prima cosa pensi ad aiutare la tua famiglia con i soldi che stai guadagnando, prima ancora di comprarti una tua casa e di spendere il denaro per te stesso. La black guilt, invece, di cui si parla anche nel film, è qualcosa che accomuna tutti gli artisti di colore, anche quelli che non trattano argomenti politici o sociali. Ed è un senso di colpa verso le proprie origini: come puoi venire da un Paese in cui si vive in condizioni durissime e non parlare di povertà e miseria? Ciò che stai facendo può rappresentare e rendere giustizia al tuo popolo e alla tua cultura? La black guilt e la black tax non sono per forza elementi negativi, ma di fatto influenzano e accomunano tutti gli artisti di colore che hanno vissuto in povertà.

Come è iniziato il progetto del film e come è stato lavorare con Kudzanai Chiurai?
Lavorare con Kudzanai è stato molto interessante: ogni volta che penso al film trovo qualcosa di nuovo su cui riflettere, e collaborare con lui è stata un’esperienza vera. Sono molto grato per questa opportunità, e la devo a Anna Teeman, la produttrice del film, che stava già preparando il progetto quando ci siamo incontrati.

Alessia Arcando

 

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