Tra i finalisti del Premio Ubu 2017 (che riguarda tutti gli spettacoli di teatro e di danza prodotti e presentati in prima nazionale nel corso della stagione teatrale di riferimento) si annoverano la coreografa Francesca Pennini e il compositore Francesco Antonioni, che insieme hanno dato vita a Sylphidarium, Maria Taglioni on the ground. Abbiamo conosciuto Francesco e gli abbiamo rivolto qualche domanda sulle musiche originali che ha composto per questo spettacolo, poco prima di vederlo in scena sul palco del CRT Teatro dell’Arte, Triennale di Milano.

Come nasce la collaborazione con CollettivO CineticO?
Il nostro è stato un matrimonio combinato. MITO SettembreMusica e TorinoDanza Festival hanno scelto me e Francesca Pennini per la prima produzione teatrale nata dalla collaborazione di queste due importanti realtà.

Raccontaci la tua esperienza nella creazione delle musiche di Sylphidarium.
Nonostante siano molti anni che lavoro con il teatro, per me questa è stata la prima creazione originale, poiché in passato coreografi e registi hanno sempre scelto mie opere preesistenti. La richiesta che CollettivO CineticO mi ha rivolto sulla musica di Sylphidarium è stata quella di mettere in relazione le musiche del balletto ottocentesco, Chopin su tutti, con altri generi riconducibili al post punk e alla drum’n’bass. Questo improbabile accostamento mi ha suggerito anche la scelta degli strumenti da utilizzare, ovvero violino e batteria. Lo scopo del mio lavoro è stato quello di creare una relazione organica tra mondi lontani, senza la pretesa di dar vita a un nuovo linguaggio inaccessibile ed autoreferenziale, avendo piuttosto l’unico scopo di creare la musica più giusta, complementare al movimento dei danzatori.

Alcuni brani si intitolano con nomi di persona (Vilma, Twerp…). È un riferimento alla drammaturgia?
Alcuni sono i nomi reali dei danzatori in scena in quel momento, ad esempio Vilma (Vilma Trevisan), che su quel brano danza un assolo. Altri invece sono i nomi dei personaggi del libretto ottocentesco La Sylphide, come Gurn o Madge, la cui trama viene rievocata in una versione rivisitata dalla Pennini in tutta la prima parte dello spettacolo.

Nel foglio di sala si parla di un’“autopsia del balletto”. È un’operazione che riguarda anche la musica?
La mia operazione di autopsia è stata quella di risvegliare i capolavori del passato che non parlano più il linguaggio odierno. Ho voluto dimostrare che Chopin ha ancora molto da dire, avendomi infatti regalato suggestioni ed emozioni che mi hanno guidato nella stesura di queste musiche. Detto ciò, non ho mai considerato di fare un remake di partiture ottocentesche, operazione che trovo gratuita e obsoleta. Il mio è un invito all’ascolto di questi grandi maestri del passato che, potenzialmente, vivono e parlano ancora, proprio come hanno fatto con me.

Qual è il tuo pensiero sulla danza?
Il mio ruolo è quello di comporre, cioè di scrivere note su un pentagramma. Per me già i musicisti che trasformano le mie note in musica compiono un miracolo. I danzatori che attraverso i loro corpi trasformano la musicano in movimento portano la mia partitura all’apice massimo della sua esecuzione.

Giada Vailati

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