Un gusto anni Ottanta inconfondibile che affonda le radici negli accordi riverberati della new wave e del pop-rock. Freschi di uscita del terzo capitolo della serie di EP The Bootleg Series, NAYR, il collettivo The Highlands ci ha raccontato un po’ di sè: influenze, estetica contemporanea e radiant pop, componente essenziale della loro filosofia musicale.

Vi definite “Radiant pop collective”. Come lo descrivereste?
“Radiant Pop” è un termine preso da una nostra canzone che non abbiamo ancora registrato per mancanza di budget fanbase tali da incidere un album intero (quindi forse non accadrà mai). Il brano parla del “Radiant Pop” come di qualcosa che “puts a heartbeat to a lonely night”, che non lascia indifferenti. L’esigenza di trovare una definizione tutta nostra è nata nel momento in cui ho cercato di spiegare che cosa facciamo e mi sono reso conto, forse per ignoranza, che nessuna delle etichette esistenti faceva per noi. Aggiungendo a questo l’innata voglia di avere più carisma e sintomatico mistero [cit.], ho pensato che “Radiant Pop” potesse essere anche un buon nome per il nostro genere, oltre a giustificare il fatto di suonare con gli occhiali da sole. Più che semplicemente un sound, “Radiant Pop” è una sorta di attitudine che ti porta a non smettere mai di credere che qualcosa di meglio possa ancora venire.

Meno di un mese fa è uscito The Bootleg Series, vol. III (NAYR), il terzo capitolo di una serie di EP. Qual è stata la sua genesi?
So che vogliono demolire quello splendido e decadente palazzo ritratto nella copertina del disco. L’obiettivo è fare in modo che NAYR abbia abbastanza successo da rendere il palazzo un edificio di archeologia industriale e graffittaria da preservare, come accadde per la Battersea Station di Londra della copertina di Animals dei Pink Floyd. Insomma: una battaglia da combattere insieme, musica e stampa, per salvaguardare un diverso modo di concepire la bellezza. La genesi dei Bootleg Series è legata al fatto che abbiamo la pretesa di registrare tanto e in poco tempo, e di conseguenza non possiamo ambire a produzioni stellari. Il Bootleg è un compromesso: “questi sono alcuni nostri pezzi, questo è il genere che facciamo e il mood della nostra musica. Non suona come Michael Jackson, ma puoi almeno capire se ti piace o no e poi tarantolarti a un nostro live”. 

Il più recente, NAYR, è una produzione più lunga e completa rispetto ai precedenti Weird Lovesongs e Vol. I. Può essere considerato, per ora, l’apice del collettivo?
No, spero di no. Non siamo un gruppo che registra subito tutto quello che ha; alcuni brani (alcuni tra i miei preferiti, per esempio) non li abbiamo mai registrati e spesso non li suoniamo nemmeno. Vorrei che ogni brano trovasse spazio nel giusto EP, perché ogni EP è un tassello di un grande mosaico. Forse il “Radiant Pop” è proprio questa sorta di mosaico. Da questo punto di vista il prossimo disco sarà imprevedibile, e per certi versi distante da quello che abbiamo fatto finora. Quindi l’apice deve ancora arrivare. È difficile, ma teniamo duro anche grazie a chi crede molto nella nostra musica, tra cui un importante membro del nostro collettivo che non si occupa di musica ma di visual: il regista Alessandro Mapelli, che ci sprona ad andare avanti con il nostro progetto.

Le vostre sonorità – tra synth, chitarre e voci riverberate – sembra collegarsi direttamente al pop-rock anni Ottanta e in particolare ai The Cure. Quali sono le vostre influenze e lungo quali direttrici le avete rielaborate?
Mi fa molto piacere si parli di Cure, anche se in quest’ultimo lavoro non sono stati un’influenza diretta; mi sono ispirato più che altro ai primi lavori de I Cani e al mondo che dai Velvet Undergound porta ai Dandy Wharols; però in pezzi come Popstarz#2, l’influenza del mondo new wave e dintorni si fa sentire. Io e Sbrè, il bassista, siamo abbastanza appassionati di quella stagione musicale, Luca, il batterista, ci è cresciuto, anche se musicalmente viene da altri mondi, e Giò, the synth-boy, suona un giocattolino fighissimo che ha un sacco di suoni Eighties
Più in generale, le nostre influenze vanno da dai Pulp a Caetano Veloso, passando per i Gorillaz.

Gli artwork dei vostri lavori richiamano un’estetica molto lontana da quella contemporanea. Quali idee guidano il vostro percorso artistico?
Secondo me la cifra del contemporaneo è che tutto può essere contemporaneo. È il bello di fare musica oggi. Dipende quanto sei credibile: se sei capace di renderti tale, puoi avere senso di esistere e trovarti un seguito qualunque cosa tu faccia. Il nostro processo artistico è stato guidato da questa constatazione: non potendo cogliere il contemporaneo finché non è passato, non ha senso porsi il problema. In ogni caso confido che, sperimentando qua e là, prima o poi qualcosa tra ciò che produciamo, sia nel visual che nel sound, possa suonare attuale. 
Per i dischi, ad esempio, abbiamo realizzato copertine fatte a mano, dipinte (come nel caso del Bootleg Vol. I) o assemblaggi di collage e scritte. In questo caso è modalità di lavorazione che ha imposto l’estetica. Mi interessava fosse gradevole alla vista e al tatto e che ogni esemplare fosse, in qualche misura, unico.

Riccardo Colombo

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