Se ultimamente l’indie italiano si è preso con prepotenza le luci della scena musicale nazionale, c’è chi, come in ogni movimento, può esserne considerato il pioniere. Dopo nomi come I Cani e Le Luci della Centrale Elettrica arrivano loro: i Management del Dolore Post-Operatorio, gli alfieri di questa scena. Li abbiamo intervistati per sapere che effetto fa.

La vostra carriera è fortemente incentrata sul live, tanto che spesso lo avete preferito alla registrazione in studio. Cosa rende il rapporto con il palcoscenico e con la performance dal vivo così vitale per voi?
È vero che per noi il live è molto importante, tant’è che dalla pubblicazione del nostro primo album ufficiale AUFF!! abbiamo fatto mediamente anche un centinaio di concerti all’anno. Sul palco che riusciamo a sentirci veramente noi stessi, liberi, forti, senza freni e soprattutto ad avere quel contatto carnale e diretto col nostro pubblico da cui non possiamo prescindere. Parimenti consideriamo lo studio fondamentale per la crescita e la maturazione di una band, ed è per questo che lavoriamo moltissimo in preproduzione. Basti pensare che dal 2012 a oggi abbiamo pubblicato ben quattro dischi. Di fatto non riusciamo a stare troppo tempo lontano dai palchi: diventiamo pazzi! Oggi inoltre sta pian piano cambiando il ruolo del disco all’interno del mercato discografico. Il valore del prodotto artistico, del disco, rimarrà per sempre eterno, ma ha una vita relativamente limitata: la promozione si regge sull’uscita di nuovo e costante materiale, perlopiù singoli. Per questo noi siamo perennemente in tour, in scrittura e in promozione disco.

Come influisce e ha influito la vita provinciale nella vostra musica?
Si dice che chi vive in provincia abbia più “fame”, un’urgenza da gridare ai quattro venti. Forse è così o forse no. È un po’ come la storia dell’uovo e la gallina. Sicuramente gli stimoli o input presenti in una piccola cittadina non possono mai essere quelli di una grande città, che già di per sé ti permette di partire con un bacino di utenza decisamente più ampio. In provincia la routine ti schiaccia, e solo se sei veramente forte riesci ad alzare la testa e vedere oltre. Alla fine ritrovi sempre la stessa schiera di amici al bar a parlare delle solite cose. Sai già che uscendo non incontrerai mai il produttore o il regista x, non ci sono quotidianamente concerti o situazioni fighe alle quali assistere. Si viaggia di immaginazione e di gavetta. Bisogna farsi il culo, muoversi, spostarsi, suonare, e tanto. Solo allora il fatto di avere radici provinciali può diventare un surplus, perché conosci benissimo cosa significa “mangiare merda”. 

Sarà l’ennesima volta che ve lo chiedono… ma vogliamo toglierci anche noi questo sfizio. Come mai avete scelto questo nome?
Domanda originale ahaha. Una sera da ubriachi siamo finiti contro un albero e da lì in poi è incominciato il nostro calvario post operatorio, accompagnato però sempre dalla gioia di vivere, male, ma di vivere. 

Com’è nato il progetto? Da quanto tempo vi conoscete e che tipo di rapporto si è venuto a creare tra voi facendo musica insieme?
Come tutti i progetti il tutto è nato un po’ per caso, anche se nulla forse accade per caso. Della formazione originale a oggi siamo rimasti in due, Marco e Luca. Non ci definiremmo neanche colleghi o amici, più che altro fratelli acquisiti. Le persone con caratteri e personalità più antitetici sulla faccia del pianeta, ma perfettamente complementari e rispettivamente propedeutici. Il rispetto dell’uno per l’altra è la base per una sana e sincera convivenza, è il motore che muove tutto, vita, amicizia, musica, per noi ormai facce della stessa medaglia. 

Nel creare la vostra musica, come vi organizzate nella divisione dei ruoli e dei compiti?
Da sempre, un po’ per rispettive capacità, un po’ per pigrizia o semplicemente perché ci piace così, abbiamo lavorato il brano in preproduzione individuale casalinga. Marco scrive interamente la canzone strumentale sulla quale poi Luca scrive su il testo. Dopodiché, insieme, il brano viene montato, distrutto, ricomposto, modellato. E solo quando lo riteniamo pronto per esser suonato lo portiamo in sala prove alla ricerca del giusto groove, di arrangiamenti e sonorità assieme alla band

Si parla del lontano 2013, quando abbiamo seguito la vicenda legata alla vostra performance al Concerto del Primo Maggio a Roma. Per i nostri lettori che se la fossero persa, ce la raccontate brevemente? E oggi, a distanza di quattro anni, che cosa ne pensate?
Si tratta di un episodio che nel bene o nel male rimarrà indelebile nella nostra carriera di musicisti. Non è da tutti, soprattutto in Italia, Paese che ospita il Vaticano, farsi censurare e denunciare per vilipendio a cose, persone e religione e per atti osceni in luogo pubblico; il tutto in un solo concerto durato dieci minuti… Sarebbe ridicolo pensare ai “se” e ai “ma” per qualcosa accaduto in passato. Certamente dai propri gesti, giusti o sbagliati che siano, si imparano tante cose, ancor più se vissuti sulla propria pelle. Anche il più banale dei gesti ha sempre una relativa conseguenza. Ma, che dire, chiamatela “ingenuità” o mera “passione estrema” che impieghiamo in tutto quel che facciamo, noi viviamo intensamente ciascun live con ogni parte del nostro corpo, testa, mani, gambe, budella, fegato. Il gesto del preservativo innalzato a mo’ di Ostia rientra nel novero di performance artistica, niente di più, niente di meno rispetto a quello che facciamo sempre durante i nostri concerti; e chi ci segue e conosce da sempre lo sa. Certamente fu una performance provocatoria, ma senza provocazione l’arte probabilmente non avrebbe ragione di esistere. Quello che ne è seguito dopo è stata una semplicissima risposta istintiva di frustrazione alla pesante censura che abbiamo ricevuto durante la nostra esibizione, prima nella diretta tv e poi durante il live, quando ci siamo visti staccare la corrente davanti a circa settecentomila persone. 

È appena uscito il vostro ultimo disco Un incubo stupendo, quindi parlare di futuro forse è prematuro. Nonostante i tempi precoci, cosa può essere la “pasticca blu” (2013) che renderà ancora longeva la vostra carriera?
Parlare di futuro lo reputiamo un atto di arroganza e presunzione. Non è possibile iniziare a ragionare su un album oggi per farlo uscire fra tre anni e pretendere che quelle parole o note siano interamente sincere o ancora valide e attuali per quel momento storico. Probabilmente fra tre anni non avremo più bisogno di pasticche blu. Nel frattempo una cosa è certa: continueremo a scrivere e registrare dischi. Non sarà così facile liberarsi di noi.

Federico Bacci e Niccolò Pagni