Nelle notti d’estate la montagna di Montréal diventa un punto di ritrovo per innamorati e amici che si incontrano nel parco, nascosti dall’oscurità e da sguardi indiscreti. Il regista quebecchese Jean-François Lesage ha voluto ritrarre questi momenti di intimità nel suo film Un amour d’été (A summer love, Quebec 2015), un documentario in cui il parco di Montréal diventa il palcoscenico degli incontri di coppie e gruppi di amici, che approfittano di quegli attimi di pausa dalla vita quotidiana per godersi l’intimità della notte. Il regista cattura con la sua telecamera frammenti di conversazioni e momenti d’amore, creando in chi guarda l’impressione di essere sia spettatore sia parte della scena; il tutto viene scandito da poesie, musica e da un eccellente uso di luci e colori che evocano atmosfere magiche, quasi surreali. In occasione della proiezione del documentario durante le “Giornate del cinema quebecchese in Italia” (Milano, dal 2 al 5 marzo), abbiamo avuto l’opportunitò di parlare col regista per fargli qualche domanda.

Come ha avuto l’idea di realizzare Un amour d’été?
All’epoca ho avuto una piccola avventura con una mia amica, che però poco dopo mi ha lasciato; ci ho impiegato mesi a riprendermi. È successo d’estate, a Montréal. Lì, in quel periodo, le persone vengono prese da una sorta di follia e tutti si innamorano, allora mi sono rassegnato all’idea di passare un’estate orribile: ero davvero depresso, però sentivo un’energia dentro di me e mi sono chiesto dove l’avrei investita, così ho deciso che avrei realizzato un film. Ho deciso di scrivere al mio poeta e al mio gruppo musicale (Gold Zebra) per proporgli questo progetto; e le loro risposte positive mi hanno aiutato molto, perché avevo la tranquillità di non essere solo ma di poter collaborare con artisti che ammiro.

La poesia e la musica hanno infatti un ruolo molto importante nel suo film. Che cosa l’ha spinta a scegliere quel poeta e quel gruppo in particolare?
Volevo trasmettere la sensazione che tutto ciò che succedeva su Montréal fosse una sorta di festa a cui non tutti, però, sono invitati, e ho scelto queste poesie, che sono proprio la “voce” del film, proprio perché mi facevano pensare all’immagine di un uomo che passeggia da solo sul monte: questa era l‘atmosfera, l’anima che volevo ricreare nel film. Per quanto riguarda il gruppo musicale non ci ho mai riflettuto, ma penso che la scelta fosse soprattutto dovuta alla testura “granulosa” dei loro brani, con vecchi sintetizzatori che ricordano un po’ gli anni ’70 e fanno planare lo spettatore nel film. Anche nel mio lavoro precedente c’era molta musica elettronica.

un amour d'ete

Il titolo del film è Un amour d’été, tuttavia vengono riprese soltanto le ore notturne: come mai?
Giro quasi tutti i miei film di notte perché amo questo momento e gli effetti che lampade e luci creano. Per di più, si può girare anche per 30 notti e poi mettere tutto insieme dando l’impressione che si tratti di una notte sola, cosa che sarebbe molto più difficile fare se si gira durante il giorno. Per il mio prossimo film ho intenzione di girare poco prima che tramonti il sole: sarà molto più complicato.

Il film è molto realista e dà l’impressione di essere presenti nel momento della scena, anche grazie all’alternanza tra le riprese larghe in cui si vede il paesaggio e i piani più stretti sui personaggi.
Sì, è vero, ci sono molte alternanze vicino-lontano che danno l’impressione di essere presenti nella conversazione, nella scena. Il realismo è dovuto anche al fatto che non ci sono attori: sono tutte persone incontrate per caso di notte a Montréal mentre giravo il film, tra le 9 di sera e le 3 di notte, e alle quali ho chiesto sul momento di partecipare al progetto.

Ho letto che ha passato del tempo in Cina: quanto quest’esperienza ha influenzato il suo lavoro?
Molto. In Cina ho incontrato cineasti e registi di documentari molto coraggiosi e senza soldi, che mettevano tutta la loro passione nei propri lavori, realizzando film che si “cercano da soli”: iniziano a realizzare il progetto senza sapere ciò che cercano, e lo scoprono solo alla fine. Ho adorato questo tipo di percorso molto aperto ma che, se si osserva bene, porta comunque a qualcosa di concreto. Quindi sì, i registi cinesi mi hanno ispirato molto, specialmente per il loro coraggio nel realizzare film proibiti e che vanno contro la legge del loro Paese.

E ora una domanda un po’ più personale: ha sempre voluto fare il regista?
No, è stato un lungo cammino. All’inizio ho studiato legge e i miei genitori ne erano molto contenti, perché volevano un figlio avvocato. Poi ho fatto il giornalista, ma un giorno mi sono reso conto che non era ciò che davvero mi interessava. L’ho capito in un bar in Cina, dove ho visto una ragazza che rideva tanto da rotolarsi sul tavolo e ho pensato che volevo riprendere scene di questo tipo, ma non potevo metterle in un reportage, perciò ho deciso di fare documentari.

Alessia Arcando

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