Voto

7.5

Dopo l’esordio alla regia con il drammatico The Day God Walked Away (2009) sul genocidio ruwandese, il cineasta belga Philippe Van Leeuw torna a esplorare la ferocia bellica, scegliendo di ritrarre, questa volta, gli orrori della guerra civile siriana.

Come per il film del 2009, il conflitto è indagato attraverso la lente di una vicenda familiare: la protagonista è Oum Yazan (Haim Abbas), una donna forte, severa, determinata a resistere alla guerra che infuria tra le strade di Damasco e a proteggere quel che resta della famiglia all’interno delle mura della sua casa, resa una fortezza inespugnabile. I nemici, tuttavia, sono ovunque intorno a lei e l’oscenità della guerra riesce a sfondare qualsiasi barriera, a invadere – come suggerisce il titolo – ogni strada e ogni edificio, giungendo perfino a penetrare i corpi dei civili inermi (efficace la costruzione drammatica, culminante nella potente sequenza della violenza fisica).

Il conflitto è ritratto pressoché esclusivamente attraverso la dimensione sonora: gli scontri non sono portati sulla scena, ma un vigoroso concerto di esplosioni, colpi di fucile e missili sibilanti irrompe con prepotenza dal fuori campo. Al tuonare di ogni colpo dalle strade, Yazan risponde con il disperato tentativo di normalizzare la quotidianità dei suoi bambini, di preservarli anche dalla tensione logorante e distruttiva che minaccia di sfinirli. Una tensione orchestrata con precisione da Van Leeuw, che isola i personaggi all’interno dell’inquadratura per riprenderli tutti insieme solo nelle sequenze di massima drammaticità, accrescendo l’effetto tensivo grazie al continuo rimpallo di sguardi terrorizzati.

Insyriated costringe lo spettatore a confrontarsi con la realtà oltre lo schermo, nel tentativo, forse vano e tardivo, di combattere l’effetto anestetico attivato dalla miriade di immagini della guerra in Medio Oriente, che vediamo da tempo scorrere senza sosta sui giornali, in tv o in rete, e ormai radicato in ognuno di noi.

Giorgia Maestri