Voto

5

Insidious – L’ultima chiave  ripercorre gli stilemi dei ghost movie: frequenti alternanze di silenzi e improvvise apparizioni sovrannaturali, momenti morti sapientemente prolungati per sorprendere lo spettatore proprio quando si sente più al sicuro, un protagonista con doti speciali ritenute vere da alcuni e false da altri. Niente complesse composizioni o alienanti accostamenti di suoni: la colonna sonora è ridotta all’osso per favorire l’effetto dei jumpscare. E così, tra un “Lo hai sentito anche tu?”, un “No, che cosa?” e le loro innumerevoli varianti, si arriva alle scene che tutti attendono, quelle che dovrebbero far gelare il sangue nelle vene.

Le prestazioni degli attori e la caratterizzazione dei personaggi, a cavallo tra stereotipo e credibilità, rende verosimili i protagonisti senza forzature, che nel complesso funzionano. Al fine di aumentare il senso di inclusione dello spettatore, la regia si serve inoltre della camera a mano – richiamando lo stile del mockumentary – per riprodurre le riprese effettuate dai collaboratori di Elise (Lin Shaye) durante le sue connessioni con l’Altrove.

E se nessuno si sognerebbe mai di richiedere a un franchise di horror sovrannaturale particolari stravolgimenti di una formula consolidata e prolifica come quella che Insidious propone sin dall’inizio della saga, un pizzico di inventiva ben congegnata aiuterebbe a superare il senso di “già visto” e di “serve ben altro per terrorizzarmi” che lo spettatore più esperto inevitabilmente avverte. Tuttavia, il tentativo fallisce, e gli sprazzi di ironia in stile dark comedy americana e di riconciliazioni familiari da soap opera sono delle cadute di stile.

Francesco Squillacioti