Che cos’è il cinema? Produzione industriale a catena di montaggio stile Studio System? Oppure (definizione a noi più cara) una vera e propria forma d’arte capace di guidare lo spettatore in un “viaggio immobile”, come direbbe Noel Burch, e attraverso cui il regista rappresenta il suo modo di essere e di pensare? In realtà nessuna definizione è scorretta: il cinema è pur sempre intrattenimento. Da una parte un cinema d’intrattenimento “leggero”, capace di distrarre il pubblico lasciandogli poco su cui riflettere e discutere una volta uscito dalla sala. Dall’altra un cinema d’intrattenimento che coinvolge, se non addirittura aggredisce, la mente e le emozioni dello spettatore, suscitando in lui continue domande o addirittura portandolo a cambiare il suo modo di pensare. Uno dei maestri del cinema appartenente alla seconda categoria è Ingmar Bergman.

Nato in Svezia nel 1918, Bergman non fece parte di quella cerchia di registi e attori scandinavi che emigrarono a Hollywood in cerca della fortuna professionale. La sua dedizione al teatro prima e al cinema poi scavalcò le pressioni economiche e raggiunse l’immortalità cinematografica. Terminati gli studi superiori iniziò a occuparsi sistematicamente di teatro e si iscrisse al corso di storia della letteratura dell’Università di Stoccolma, che concluderà con una tesi di laurea su August Strindberg. E proprio nel confronto con il drammaturgo di Stoccolma Bergman troverà non pochi punti di contatto. Se il cineasta svedese può essere considerato il “padre del cinema moderno”, Strindberg è stato colui che ha aperto la via al “modernismo letterario”.

Nel 1944 arrivò la grande occasione cinematografica. Il direttore della Svenks Filmindustri sottopose a Bergman il manoscritto di una commedia intitolata La bestia madre. Il regista ci mise appena quattordici giorni per ricavarne una sceneggiatura: “Se me l’avessero chiesto, avrei sicuramente tratto un film anche dalla guida telefonica”, racconta lui stesso. Il film uscì con il titolo di Crisi (Svezia, 1946). In questa sua opera prima sfilano già tutti gli elementi profilmici che saranno poi tipici di Bergman: specchi, finestre, acqua, estate, treni, sigarette, teatri, manichini, luci evanescenti, chiaroscuri taglienti e un’attenzione nei confronti del problema sociale dell’inserimento dei giovani nella vita dopo gli studi e del conflitto generazionale.

Gli anni ‘50 furono gli anni de Il settimo sigillo (Svezia, 1957), il primo grande capolavoro del regista svedese. L’opera è in primo luogo una riflessione religiosa sulla fragilità della vita e sul significato dell’esistenza; temi di riflessione capaci di resistere al tempo, di attraversano ogni epoca senza mai risultare sterili. Ambientato in Svezia (i lavori del regista molto raramente si sono discostati dalla sua terra d’origine), il film è impreziosito dalla memorabile impronta del miglior Bergman, distante da un’estetica fine a sé stessa, e diventò in breve tempo il simbolo della grandezza del cinema svedese della prima metà del Novecento. Le tematiche del doppio e del senso dell’esistenza umana troveranno la loro massima espressione nel forte atteggiamento onirico dei lavori di Bergman successivi a Il settimo sigillo. La capacità del regista di scavare all’interno delle paure, le angosce e i terrori intrinseci all’uomo è senza precedenti e rende il suo cinema il veicolo privilegiato di riflessioni sulla vita, sulla morte, sulla solitudine e sul destino dell’uomo, complici le ambientazioni sempre taglienti e fredde.  

Ma fu Persona (Svezia, 1966) a segnare il distacco di Bergman dal Teatro Reale e a decretare la sua chiusura nella solitudine sull’isola di Fårö. Il film si presta a molteplici chiavi di lettura, ed è lo stesso regista a suggerirlo quando, nella scena iniziale, mostra alcune immagini accostate “liberamente”, accumunate solo dal fatto di raffigurare il cinematografo (elemento che tornerà anche nella scena chiave del film, quando la pellicola sembra addirittura prendere fuoco in pieno stile avanguardistico-dadaista). Bergman raggiungerà l’apice della propria poetica con L’ora del lupo (Svezia, 1968). Una storia di inganni e di paure, l’ennesimo bergmaniano viaggio nell’io e nell’inconscio, ma soprattutto un’autobiografia alla ricerca di se stesso destinata a porsi continuamente in discussione senza mai approdare ad alcuna risposta.

Esattamente dieci anni fa ci lasciava Ingmar Bergman, una delle personalità più autorevoli della storia della cinematografia mondiale. Il 30 luglio 2007 si spense anche la lanterna magica del cinema

Mattia Migliarino