Biennale Danza è un festival internazionale di danza contemporanea diretto da Marie Chouinard, coreografa canadese di fama mondiale creatrice di un linguaggio corporeo rivoluzionario cesellato in quarant’anni di carriera e più di cinquanta lavori alla spalle, sviluppati nella convinzione della danza come arte sacra.

Il festival, giunto alla dodicesima edizione, è intitolato Respirare, Strategia e Sovversione: situato nei meravigliosi spazi dell’Arsenale di Venezia, luogo maestoso e poetico, fucina di svariate arti, propone un bouquet di artisti che indagano continuamente il movimento, ragionandone le radici, l’evoluzione, l’interpretazione, il movente. Abbiamo vissuto da vicino questa realtà, prendendo parte a diversi spettacoli ed entrando in contatto con i loro protagonisti e creatori. Di seguito il report di alcune proposte della rassegna. Buona lettura!

Meg Stuart, Built to Last, 2012-2018

Serata d’apertura del festival, iniziata con la consegna del Leone d’Oro alla carriera alla coreografa Meg Stuart da parte della direttrice Marie Chouinard (che per l’occasione legge con dedizione alla collega una lettera in italiano: una scena commovente!). Spettacolo strepitoso, scenografia pazzesca, interpreti fortissimi. In scena cinque danzatori sulla quarantina che per due ore intere hanno composto un’orchestra umana: sono i loro corpi esperti e consapevoli che creano fisicamente la musica che esce dalle casse (opera del drammaturgo musicale Alain Franco). Creazione suggestiva e immaginifica, soprattutto nella parte in cui si aziona un’immensa macchina scenica sopra le teste degli interpreti, una sorta di grande elica che fa ruotare sfere colorate a richiamare il moto dei pianeti. Ciascuna scena di questo spettacolo rimanda ad ambientazioni diverse e particolari, percorrendo attraverso sia il movimento, sia la musica la storia della danza. Interessante l’interrogativo posto da questa creazione: è possibile, oggi, credere ancora in valori eterni e nell’universalità, quando le cose sono costruite solo per andare verso il disfacimento?

Irina Baldini, Quite Now e 7 Ways to Begin Without Knowing Where to Start

La coreografa italiana porta ben due creazioni, una nuovissima e l’altra dello scorso anno. I protagonisti della scena sono i corpi dei danzatori, prima quattro e poi sette, che si muovono all’infinito per circa un’ora. La differenza più sgargiante tra i due spettacoli è che nel secondo il fondale del palco viene tolto, aprendo la scena sul retro della meravigliosa sala dell’arsenale, che tuttavia non viene sfruttata dai performer, troppo presi a muovere i propri corpi senza sosta e senza mai alzare lo sguardo dal pavimento. È stato difficile accorgersi che a un certo punto lo spettacolo fosse finito, un po’ per la sonnolenza indotta da questo moto eterno, un po’ perché nel pubblico si percepiva ancora la speranza che qualcosa prima o poi accadesse e che invece no, non è mai arrivata. Terminati i tiepidi applausi, il pubblico lascia la sala in una lenta processione, come quelle calabresi del venerdì santo.

Frederick Gravel, Some Hope for The Bastards, 2017

Uno spettacolo che inizia con gli interpreti che ti offrono una birra fresca non può che mettere in un’ottima disposizione d’animo. Questo il mood che apparentemente accompagna l’intera durata dell’opera, che vede in scena un gruppo di musicisti live e nove danzatori/attori “sotto cassa”. Andando più a fondo, arriva quella sensazione descritta nel foglio di sala: un senso di attesa interminabile, di disperazione e di apatia. La musica rock è in realtà una chitarra che ripete all’infinito lo stesso giro di accordi, creando un gran baccano, gli interpreti danzano con precisione in un’impeccabile esecuzione, mantenendo sempre gli stessi movimenti, tendenzialmente basati sulla circolarità e sullo scambio di posizione (vedere una coreografia nel senso stretto del termine, ovvero intesa come “persone che eseguono bene gli stessi passi tutti insieme”, è stato comunque molto esaltante!); tutti elementi che suscitano nello spettatore un forte senso di angoscia, sebbene mascherato da una finta “presa bene”. Bel lavoro, obiettivo centrato!

Cullbergballetten, Figure a Sea, 2015

Coreografia firmata da Debora Hay – coreografa di grande fama e abile sperimentatrice – e composta insieme ai danzatori di una delle compagnie più importanti a livello internazionale. Ancora una volta in scena ci sono corpi magnifici e completamente liberi di muoversi, che per un’ora non fanno altro che questo. Si percepisce fortemente come il lavoro sia nato sull’indagine di quell’ascolto profondo del corpo che è fondamentale nella danza contemporanea per trovare la radice sincera del gesto. Tuttavia, viene da chiedersi se questa indagine sia sufficiente e creare un qualche tipo di reazione in chi la guarda.

Biennale College Coreografi, 2018

Serata dedicata alle creazioni realizzate dalle tre coreografe selezionate per la residenza in ambito di Biennale College Coreografi. Dopo aver lavorato per circa un mese e mezzo, le tre artiste hanno presentato alcuni estratti dei loro spettacoli, di venti minuti ciascuno, mettendo in scena sette danzatori. Maria Chiara de’ Nobili, RarefieLd: elegante e delicato, sulla base del tema del narcisismo, con una danza estetica e a tratti provocante. Ezgi Gungor, It carried with it salt lakes and crimson sands: il bianco è il colore dominante, la danza è molto fisica, la scena ricorda le dune del deserto mosse dal vento. Rebecca Jensen, SPAWN: un’orgia di colori e di passi di danza, dal balletto al release, a metà tra un Gay Pride e un concerto metal.

Giada Vailati

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