1. Tic toc tic toc…

L’incoerente gestione del tempo, dettaglio che aveva già fatto storcere il naso durante la scorsa stagione, diventa scottante oggetto di discussione per la settima. È evidente come le dinamiche meticolosamente approfondite, che rendevano gli intrighi della serie appassionanti, vengano depotenziati da episodi sviluppati in modo sbrigativo e raffazzonato. La discrasia tra le strategie impiegate per le stagioni precedenti e la settima produce un senso di disorientamento impossibile da mitigare, per niente scusato dal numero ridotto delle puntate.

2. “There will be blood”

Identificare i motivi per cui Il Trono di Spade ha ottenuto un successo trasversale e duraturo non è materia semplice, ma di una cosa si può essere certi: ciò che ha incantato una grande fetta di pubblico è l’imprevedibilità della trama, ricca di morti illustri e torture sanguinarie, spesso al limite del grottesco. La storyline ne è sempre uscita paradossalmente potenziata, forte di una gestione millimetrale di suspense, effetto sorpresa e momenti di sfogo. La settima stagione offre invece una serie di situazioni-limite volte solo a suscitare un certo batticuore nel pubblico e allo stesso tempo trarre velocemente in salvo i comprovati eroi dei fan, facendo alzare entrambe le sopracciglia agli integralisti della materia e privando soprattutto la serie del suo unico, bizzarro e sanguinolento hype.

3. “The North Remembers”

Nonostante protagonisti come Daenerys, Jon Snow, Cersei e Tyrion, tra alti e bassi, continuino a suscitare l’interesse degli appassionati e incuriosire gli spettatori, uno dei punti deboli dello show di punta della HBO è l’involuzione di alcuni tra i deuteragonisti più amati. Fatta eccezione per Theon Greyjoy, personaggio che nel corso delle sette stagioni ha subito una potente evoluzione, comprimari come Jaime Lannister, Sansa e Arya Stark rimangono delle Cenerentole dal grande potenziale inespresso, vittime di uno scacco durato diverse puntate in nome di una svolta finale che non riscatta le loro prestazioni a risparmio energetico.

4. Il lupo e il drago

Un lunghissimo cammino di sessantasette puntate ha portato a compimento il faticoso riconoscimento delle origini di Jon Snow, passato dall’infame titolo di “bastardo del Nord” alle gloriose insegne della leggendaria famiglia Targaryen. Il finale della sesta stagione aveva risolto buona parte dell’enigma, ma per ricomporre gli ultimi tasselli del puzzle è stato necessario il lavoro in tandem di Bran Stark (anzi, “Il Corvo dai Tre Occhi”) e Samuel Tarly. L’intreccio più interessante, alla luce delle ultimissime novità, interessa e interesserà il rapporto tra Jon (Aegon) e Daenerys, ma ancor più pericolosamente il nuovo erede al trono e la ex legittima erede.

5. Il nemico vince sempre

L’inverno è arrivato, e il ruolo interpretato dagli Estranei assume finalmente un valore più che simbolico. Se precedentemente si poteva solo intuire quanto potesse essere pericolosa la minaccia oltre la barriera, nel corso della settima stagione l’esercito guidato dal Re della Notte diventa un pericolo sensibile. L’ultimo diaframma è stato infranto, il gioco dei troni si è finalmente ridotto a due polarità: la battaglia è ormai tra i vivi e i morti, tra gli uomini e l’orrenda piaga scatenata dalla sete di potere dei Primi Uomini. Last but not least ad accorgersene: Jaime Lannister, a ricordare quanto lo scontro finale sia ormai vicino.

Ambrogio Arienti e Christopher Lobraico