Voto

4

Sopravvissuta ad Auschwitz, Nelly Lenz torna a Berlino sfigurata in volto; viene sottoposta a un’operazione chirurgica, per tornare a essere quanto più possibile simile a prima: desidera riappropriarsi della sua identità e ricongiungersi con il marito Johnny, il cui ricordo l’ha tenuta in vita durante gli anni trascorsi nel campo di concentramento. Lui, però, non la riconosce e, pensando che sia solo una donna somigliante alla moglie, le propone di interpretare se stessa: in questo modo i due riuscirebbero a ottenere l’importante eredità di Nelly, in seguito alla morte di tutta la sua famiglia.
Da qui il significato del titolo, Il segreto del suo volto, dopo che la distribuzione italiana si è posta la famigerata domanda: perché conservare il nome originale, Phoenix – evidente richiamo al tema centrale della pellicola – quando si può puntare su un aspetto secondario della trama?
Phoenix significa infatti fenice: Nelly tenta di risorgere non tanto dalle ceneri, quanto della macerie di una Berlino postbellica che volontariamente non ricorda e non riconosce i fatti relativi all’Olocausto; tra le strade si trascinano soldati ubriachi, nei locali aleggiano canzoni equivoche e ballano donne volgari, attorniate da una luce rossa che tanto ricorda i gironi infernali.
È un scenario di totale disfacimento, da cui emerge Johnny, allegoria di una Germania desiderosa di andare avanti, di un Paese che preferisce chiudere gli occhi di fronte al passato.

?????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????

L’uomo deve inevitabilmente fare i conti con Nelly che, mentre affronta il dramma della disgregazione della propria immagine – e con essa quella del suo popolo – crede invece nel futuro, nelle persone, nella bontà cristallina di un marito che spera di riconquistare. Lotta con tutte le sue forze per tornare a essere, a esistere, per non perdersi in un limbo nel quale non c’è modo di tornare indietro, né di andare avanti.

L’intento del regista tedesco Christian Petzold di denuncia nei confronti del suo popolo è lodevole, e viene ribadito durante tutta la proiezione. Nonostante questo, la trama risulta scialba, già vista e alcune scelte registiche suscitano la perplessità dello spettatore – onestamente, quale marito non riconoscerebbe perlomeno la voce della moglie? E per quale motivo una superstite di un campo di concentramento, una volta ritrovato il marito, non cerca di convincerlo della propria identità? Tutto molto poco credibile e imperfetto.
Anche il ritmo narrativo non funziona, di una lentezza esagerata: le pause di silenzio, invece di alimentare il dramma, sono così lunghe da far desiderare – che orrore – l’agognato “fine primo tempo”; questo però, anche se avviene, non lenisce il disagio di chi assiste, che rimane in una dolorosa apnea fino all’ultima scena.

Come un deus ex machina Petzold tira allora le fila del racconto, concedendo frettolosamente giustizia a Nelly, vittima della vicenda, e mettendo fine a una pellicola che rimarrà sfocata nella memoria di tutti.
Il progetto risulta non riuscito e neppure le interpretazioni riescono a risollevarlo: Ronald Zehrfeld –nel ruolo di Johnny – avrebbe dovuto mostrare un comportamento spietato, motivato solo dall’arricchimento personale, ma a emergere, purtroppo, è un personaggio piatto, inespressivo anche di fronte ai ricordi più dolorosi.
Inoltre, nonostante l’indiscutibile impegno di Nina Hoss – attrice molto apprezzata dal regista, ingaggiata nel 2012 per La scelta di Barbara insieme allo stesso Zehrfeld – sono le scelte di sceneggiatura a eclissare la donna: Nelly risulta un personaggio forzato e il suo comportamento troppo controllato di fronte alla freddezza del marito.

Le luci finalmente si accendono, e in sala spuntano solo molti visi confusi.

Anna Magistrelli