Voto

8

Nell’Ifigenia di Euripide Agamennone uccide il cervo di Artemide. Per placare le ire della dea il re deve compiere un sacrificio di egual misura: uccidere sua figlia Ifigenia. Ne Il sacrificio del cervo sacro il chirurgo Steven Murphy (Colin Farrell) uccide un paziente per negligenza. Le ire del figlio Martin (Barry Keoghan) si abbattono su di lui e la sua famiglia sotto forma di una malattia degenerativa inspiegabile. Una logica ancestrale di vendetta privata come unico risarcimento possibile in una società ormai incapace di assicurare una giustizia equa. Non resta che il buon vecchio occhio per occhio, che si insinua nelle falle della giustizia contemporanea e le allarga sempre di più, fino a una psicosi al limite del grottesco.

È Martin il garante passivo-aggressivo di questa logica all’interno di una società svuotata di coscienza collettiva e sociale e, dunque, incapace di metabolizzare un trauma attraverso una catarsi. A differenza della tragedia greca da cui prende spunto, Lanthimos si abbandona alla sua solita ubris cinica e provocatoria, e scatena un trauma senza poi concedere alcuna catarsi, costringendo lo spettatore a subirne l’effetto disturbante per tutta la durata del film.

Racchiusa in una bolla plastificata che si nutre di rituali simbolici, la famiglia Murphy è la risultante di un’élite che si crede superiore e inattaccabile, immune alle richieste gridate disperatamente dal resto della società. Ma Martin rifiuta di sottostare a questa gerarchia – e non manca mai di sottolinearlo, prima con allusioni, poi con la “sequenza della pasta” che passerà alla storia come una delle migliori del regista greco –, sempre più simile a una divisione in caste immutabili: Martin assume un ruolo attivo, decide di essere lui la giustizia che latita e mette i Murphy con le spalle al muro di fronte a quel senso di responsabilità e di colpa che non vogliono – o non sanno – vedere. Perché fino a quel momento non li riguardava, chiusi in una glaciale indifferenza, in un torpore rassicurante e superbo – reso come solo Nicole Kidman avrebbe saputo fare.

Come un cane rabbioso, Martin sfonda la bolla protettiva dell’alta borghesia europea, affonda i denti nel polpaccio di Steven e lo stringe sempre di più in una morsa psicosomatica così concreta che in sala sembra di sentire l’odore di sangue. Ed è così che costringe lui e la sua famiglia a sentire quel dolore che si ostinano a ignorare, a venire a patti con quel debito che devono scontare. Qui e ora. Un dramma post-umano isterico e terrificante che fa crollare un’intera classe sociale nella disperazione – quella stessa borghesia di Haneke e Östlund.

E Lanthimos non transige con la sua impietosa macchina da presa, che inquadra i protagonisti con vertiginose inquadrature a piombo o dal basso – alla Quarto potere –, includendo i soffitti che schiacciano e soffocano i personaggi come a significare l’incombenza inevitabile delle loro responsabilità, allargando le inquadrature fino all’estremo con grandangoli arditi che creano un vuoto totalizzante attorno a loro, un destabilizzante rimbombo visivo e sonoro amplificato dalla tagliente colonna sonora György Ligeti. Perché quella bolla, a ben vedere, è vuota.

La tensione a cui mira il film è infatti verso il recupero di ciò che manca alla società contemporanea (tema filo conduttore della filmografia di Lanthimos): legami autentici, ormai sostituiti da rapporti imposti dalle istituzioni in una società frantumata, pluralizzata, cinica e individualistica. E l’unico modo – altamente provocatorio e discutibile – per re-introdurre una sorta di “normalità” è ripartire da zero, dalla morte. Il desiderio di normalizzazione, però, sfugge di mano a Lanthimos e si impone sul suo lavoro, privandolo in parte di quell’anarchia che tanto ci aveva fatto amare Dogtooth (2009) e The Lobster (2015).

Benedetta Pini