Voto

9
 

Il termine fantasy associato a Il Racconto dei Racconti farà storcere il naso ai cinefili intellettualoidi ed esalterà i nerd già fan sfegatati di Game of Thrones. Ma Garrone, probabilmente, stupirà entrambe le schiere: prende le mosse dal fantasy per andare ben oltre la piattezza del genere, attraverso un’impronta autoriale di grande qualità sia estetica che contenutistica. È un film visionario e coraggioso, “una gioia per gli occhi” – così lo definisce Massimo Bertarelli –: i costumi di Massimo Canturi Parrini, le scenografie di Alessio Anfuso e le location del meraviglioso sud italiano – introdotte da establishing shot degni di Griffith – contribuiscono organicamente alla potente suggestione della pellicola, tra il gotico e il barocco. Garrone torna alle origini cinque-seicentesche del gusto dell’orrido e del deforme per ribadirne la dignità: nelle inquadrature-quadri del direttore della fotografia Peter Suschitzky – che lavora anche con Cronenberg – si scorge la pittura di Caravaggio, Goya e Georges de La Tour.

Sul piano dei contenuti non è da meno. Garrone crea un nuovo mondo paradossalmente assurdo e credibile, inserendo elementi “normali” che ne svelino la logica: un “iperralismo fantastico” alla Pasolini di Uccellacci e uccellini. Ed è questo il trucco che gli permette immergere gli spettatori nella sua “nuova realtà”, facendo cessare ogni domanda sul “perché” e il “per come”. Emblematica a questo proposito la scena finale: l’equilibrio del mondo, continuamente minato dai focosi eccessi, deve essere mantenuto, nelle fiabe come nel film, e le regole devono essere rispettate.

La storia è tutta al femminile, tre donne che attraversano tre fasi di passaggio della vita: il diventare adulta, la maternità e il terrore di invecchiare. “Attento a quel che desideri” vale anche in questo caso: vittime dei loro desideri smodati, saranno costrette a tramutarsi per adattarsi alle terribili conseguenze proprio di ciò che tanto bramavano, dimostrando una grande forza a differenza dei loro Re che, incapaci di ogni sorta di malleabilità, soccomberanno.

La controllata delicatezza di Garrone è l’approccio ideale per rappresentare i variegati quanto basici sentimenti umani messi in scena, evitando sia l’esosità dei blockbuster sia l’autoreferenzialità autoriale: la smania per la giovinezza, l’erotismo sfrenato, la volontà di lasciare il nido familiare, le prove da affrontare per diventare adulti, il desiderio di maternità, l’uccisione delle tradizioni, il legame inscindibile tra fratelli, l’incertezza esistenziale, la trasformazione del corpo, l’inganno. Tutti temi tipicamente garroniani, che attraverso il codice linguistico della fiaba e figurativo del fantasy vengono trasposti in un contesto ben diverso rispetto a quello di Gomorra o Reality. Queste riflessioni costituiscono solo un punto di partenza, volto non a generare nello spettatore i medesimi sentimenti, ma a farglieli cogliere e superare, usando come ponte ciò che tali ossessioni risvegliano nell’inconscio: nel ‘600 eravamo uomini e lo siamo ancora adesso, nulla è cambiato, il lato oscuro e ferino dell’uomo – notare la costante correlazione tra uomini e bestie – è sempre pronto a uscire allo scoperto e creare dei mostri.

Negli intrecci c’è Shakespeare accanto al Fellini de Il Casanova, ma anche L’armata Brancaleone di Mario Monicelli, La maschera del demonio di Mario Bava e Le avventure di Pinocchio di Luigi Comencini. Il risultato è un tipo di cinema che riesce ancora a stupire lo spettatore, non attraverso esagerati effetti speciali palesemente finti, bensì tramite una forma di realismo molto concreto, fisico e umano. Come Basile – scrittore de Lo cunto de li cunti da cui lo spunto per le tre storie – il film vuole infatti essere puro intrattenimento emotivo prima ancora che intellettuale, e ci riesce: la pellicola sembra durare solo pochi minuti, soprattutto durante la seconda parte, pregna di pathos e suspence; la riflessione può arrivare solo in un secondo momento, una volta metabolizzate le immagini, talmente dense e forti da bloccare la ragione. Fantasy, d’ora in poi, da Garrone in poi, non sarà più una “parolaccia cinematografica”.

Benedetta Pini