Voto

8

Una nuova veste per Kim Ki-duk, che con quest’ultimo lavoro abbandona le riflessioni metafisiche e sceglie la realtà. Una realtà nuda, cruda e attualissima, legata a doppio filo al panorama politico che stiamo vivendo.

Il caso esemplare di cui Ki-duk si serve per gridare al mondo la propria visione delle cose è un povero pescatore nordcoreano che vive in un villaggio limitrofo alla Corea del Sud. A causa di un’avaria al motore supera suo malgrado il confine e viene immediatamente braccato dalla polizia locale. Quello che potrebbe essere un sogno per molti, un gesto di ribellione nel varcare il confine dalla Corea dittatoriale alla Corea della libertà, si trasforma per Nam Chul-woo (Ryoo Seung-Bum) in un incubo a occhi aperti che spalanca anche i nostri su ciò che sta succedendo in entrambi i fronti della lontana Corea.

Da entrambe le parti domina una dimensione inquisitoria asfissiante che non lascia scampo a Nam Chul-woo, né sul piano mentale – attraverso il gesto reiterato della scrittura a cui viene obbligato e la forzata rievocazione delle proprie memorie –, né su quello fisico. Una penetrazione violenta e irruenta nel corpo e nelle parole dell’interrogato, che vede la propria mascella aperta a forza per evitare il suicidio per soffocamento e persino le proprie deiezioni scandagliate.

Secondo un fine lavoro di corrispondenza formale e gestuale, Ki-duk costruisce continui ritorni e parallelismi tra due situazioni che diventano così speculari, tanto che i poliziotti nordcoreani e sudcoreani assumono le stesse posizioni e compiono le stesse azioni, nella convinzione assoluta di agire nel giusto. Nam Chul-woo è dunque costretto a una lotta impari e frustrante contro l’ineludibile ambiguità della parola: non può vincerla e non ha alcuna speranza di poter raggiungere una verità oggettiva di fronte a chi “vuole solo sospettare” – come dice il poliziotto sudcoreano che lo interroga. La verità è negli occhi di chi guarda, continuamente modulata e ripiegata alle esigenze del caso: è vano e disperato ogni tentativo di trattenerla, di inchiodarla.

Se la situazione drammatica della Corea del Nord è nota, Ki-duk si sofferma invece su quell’arroganza tutta occidentale di imporre la propria visione al mondo, di rivolgersi con superiorità a chi è diverso, con presunzione e compatimento per chi “ha subito il lavaggio del cervello”. Ma, attenzione, l’arroganza non manca neanche nel modello comunista, considerato perfetto da chi ne perpetra i dettami.

Nam Chul-woo è terrorizzato, e si muove a Seul a occhi chiusi: si ostina a non guardare lo sfavillio del “cattivo” capitalismo per paura di ripercussioni una volta tornato in patria e, per non cedere alle tentazioni del Sud, procede a tentoni, cieco. Come se le attrazioni della capitale potessero insinuarsi in lui attraverso il canale visivo; come se, occultando lo sguardo, impedisse loro di toccarlo, di corromperlo. “Più grande è a luce, maggiore è l’ombra”, e la libertà accecante del capitalismo sudcoreano non può che produrre tenebre nerissime.

Giorgia Maestri e Benedetta Pini