L’attesa per l’uscita della nuova fatica di Paul Thomas Anderson nelle sale italiane si fa sempre più breve. I suoi estimatori non stanno più nella pelle e le recensioni d’oltreoceano promettono piuttosto bene. Quando si passa dal semplice appellativo di regista a quello di autore le difficoltà dovute alle aspettative si moltiplicano, insieme al rischio di precipitare dalla propria torre di cristallo. Il film si carica di ulteriore tensione in quanto potrebbe rappresentare l’ultima fatica attoriale di Daniel Day-Lewis. L’uscita de Il filo nascosto, prevista per il 22 febbraio, cadrà molto vicina al decimo compleanno de Il petroliere; quale migliore occasione per rispolverare un film che ormai è da considerarsi un classico? E di quell’epopea color pece, che cosa è rimasto?

È rimasto un capolavoro che fa da spartiacque nella storia del cinema, così come a suo tempo lo fu Quarto potere (Orson Welles, 1941). Le due opere condividono infatti molti temi, tranne uno: quello della salvezza. Per Daniel Plainview (Daniel Day-Lewis) non esiste alcuna Rosebud, né alcun appiglio alla realtà; il crudo attaccamento all’odio e al dolore è tutto ciò che gli rimane. Le due pellicole affrontano temi molto simili e i due protagonisti si rispecchiano per avidità, benché vivano in tempi e in modalità diverse; ma la storia di Daniel lascia poco spazio a fantasticherie sul futuro e sul progresso dell’uomo, nonostante il film sia ambientato nel pieno di un’epoca, quella positivista, che del futuro faceva una prerogativa vitale.

Il film narra di un cercatore di petrolio il cui unico scopo è quello di arricchirsi con il frutto della terra, con ciò che gli dona spontaneamente, a discapito di ogni tipo di sfruttamento intensivo. Nella scalata verso la pazzia nulla lo aiuterà a (ri)trovare la sua umanità; né un finto fratello, né un figlio amorevole, tra l’altro meramente usato per comprare i terreni dei poveri contadini timorati di dio. La rappresentazione di Daniel è quella di un demone che scappa dall’Inferno, la cui genesi sullo schermo è rappresentata da un buco sporco, oscuro e gelido. Ma Il petroliere non è un semplice film di uomini e fallimenti, è anche la storia dell’eterna lotta tra i più grandi mali del mondo, il Dio trino e il Dio quattrino. Paul Dano interpreta la controparte del protagonista, Eli Sunday, in maniera esemplare: un predicatore cialtrone e pieno di sé che vede in Daniel un ostacolo ma anche un trampolino per la costruzione della sua Chiesa. Entrambi vengono presentati attraverso tinte nere, vuoi il petrolio che copre pure il sangue di cui sono sporche le loro mani, vuoi l’abito da prete; e spesso le due coincidono.

Il cinema di Paul Thomas Anderson è sempre stato molto umano, ma mai come in questo film ha saputo affrontare il tema dell’anima, descritta come umile premio della lotta tra il nero cercatore d’oro e il predicatore, figli di un’etica che vive solo nello sfruttamento del prossimo. L’assenza di una forte figura femminile, elemento quasi onnipresente nella filmografia del regista, è esemplare dell’atteggiamento inedito assunto da Anderson: ne Il petroliere non c’è spazio per la grazia ma solo per gli istinti più primitivi, come quelli che si esplicano nel finale, semplice e distruttivo. L’esito di un film matematicamente perfetto nella messa in scena e nella scrittura è un mondo di kubrickiana simmetria che costringe lo spettatore, come il protagonista, in una bara degna di un faraone, che altro non è che l’ennesimo buco in cui nascondersi e rivelare la propria natura demoniaca.

Michele Granata