Voto

6
 

Il mistero di Donald C., che in lingua originale conserva un titolo più appropriato, The Mercy, racconta la folle impresa di Donald Crowhurst (Colin Firth), un imprenditore e velista amatoriale inglese che partecipò alla prima Golden Globe Race del 1968. L’impresa, tentata da altri coraggiosi velieri, fu tuttavia portata a termine soltanto da un concorrente. Gli eventi narrati sono disgraziatamente tragici, ma la macchina da presa di James Marsh vi si introduce con una riservatezza tutta anglosassone.

Sostenuto da una affascinante Rachel Weisz, nei panni di sua moglie, e da tre adorabili marmocchi, Firth interpreta al meglio gli umori altalenanti di un uomo combattuto tra lo scommettere il tutto per tutto o adagiarsi nell’equilibrio familiare. I dubbi, le incertezza tecniche dovute a ritardi nella costruzione del trimarano e il distacco dalla terra sono continuamente revocati da scene brevi e frammentate, agglutinate dal sottofondo musicale sempre all’erta di Jòhann Jòhannsson.

Come la narrazione si divide esattamente a metà tra i preparativi dell’impresa e la traversata vera e propria, così si modula anche il ritmo simpatetico dello spettatore: l’avventata decisione di intraprendere un viaggio tanto pericoloso redime il protagonista, lasciando le colpe alla sfortuna e al caso. Le inquadrature in primo piano e la rivelazione di un’ingombrante bugia rendono tesa la narrazione, a tal punto che la fotografia diminuisce e aumenta l’esposizione a seconda degli umori. Un viaggio difficile e allucinato, metafora didascalica delle difficoltà della vita.

Seppur educatamente avvincente, la pellicola non fa il passo in più per ambire al sensazionale. E quel mistero, a cui allude la traduzione italiana del titolo, è invece palesato in un finale privo di segreti e di speranze

Agnese Lovecchio