Venti minuti prima che il loro frontman Giacomo Amaddii Barbagli affondi appassionatamente gli incisivi nel microfono, gli Abiku mi si siedono davanti in semicerchio nel giardinetto dell’Arci Ohibò di Milano. I componenti di questa sofisticata band – proveniente dalla lontanissima cittadina di Grosseto – mi annunciano che saranno piuttosto scazzosi (incazzosi + scazzati) in quanto fiaccati dalle altre interviste appena sostenute.

Eppure, sul palco mi sembreranno tutt’altro che spompati: in un’ora e un quarto di show godibilissimo (e visibilmente godutissimo pure da loro) scacceranno vigorosamente la minaccia di ogni languore, ogni fiacchezza ed ogni inciampo che io tendo sempre a prevedere (e quasi ad augurare iettatorio) in qualsiasi concerto dove si canti in italiano, la cui metrica spigolosa non perdona. Al contrario, la voce del loro cantante riuscirà a convincermi della rilevanza di ogni sillaba, vincendo il mio pregiudizio che i testi italiani vengano usati come discarica abusiva per mozziconi di parole di troppo.
In quest’ora e un quarto spalmeranno tutti i brani del loro secondo album La vita segreta, uscito per la Sherpa Records il 6 ottobre, che è al centro delle mie domande.

Tentando di non aggravare la suddetta scazzosità, formulo il seguente interrogativo: «Ad ascoltare i testi di questo vostro nuovo album, si direbbe che vogliate disegnare la figura di un narratore con una personalità fissa, con tanti sbalzi d’umore ma sempre riconoscibile. L’avete fatto apposta?». Il frontman Giacomo mi spiega che «noi abbiamo una divisione dei ruoli abbastanza rigida; prima io scrivo i testi accompagnandomi con l’acustica, poi gli altri si occupano dell’arrangiamento» e quindi è inevitabile che il Narratore assomigli a lui per primo, «ma poi c’è anche da dire che noi Abiku ci assomigliamo anche tra di noi».
Per quanto riguarda gli sbalzi d’umore del narratore – che insaporiscono il testo de La canzone nichilista, giovialmente lunatica – Giacomo aggiunge: «di recente mi sono trovato a vivere a stretto contatto con la malattia mentale (cioè, non ero io malato in prima persona, anche se poi sono psicopatico, gli altri lo sanno)»; quindi è anche in virtù di quest’esperienza se il suo narratore ogni tanto si lascia risucchiare dall’esasperazione e, nel testo di Qui non succede mai niente, comincia a chiedersi semi-ipnotizzato:

«carabina dove sei?»,
«lanciafiamme dove sei?»,
«bombardiere dove sei?»
e via psicopatizzando.

Chiedo: «Il più evidente dei vostri meriti sta nell’abbinare dei testi che sono molto curati e molto presenti a una melodia che è altrettanto curata e presente. C’è in Italia qualcun altro che riesca a distinguersi sotto quest’aspetto?». Gli Abiku si guardano ponderosi: «oggi?». Dopo una pausa che io mi gusto con un velo di sadismo, il loro plauso converge su Max Gazzè. «Ma ti vanno bene anche artisti del passato?». Certo, nulla in contrario. Si gettano allora tra le braccia di Lucio Battisti (che omaggeranno nel live con una cover di Amarsi un po’) e di Lucio Dalla; «specialmente Lucio Dalla, che tra testi e melodie era competitivo a livello internazionale». Okay: se c’è qualcuno a cui possa perdonare le più spregiudicate approssimazioni metriche è proprio lui.

«Il vostro primo album, Technicolor (2011), aveva sonorità vicine allo shoegaze, con la voce che ogni tanto affondava nel missaggio…». Il frontman Giacomo mi spiega che «in parte è stata una necessità»: il primo chitarrista aveva defezionato, lasciandogli l’arduo compito di riempire di chitarra l’album; non essendo un virtuoso, Giacomo era ricorso alle modalità shoegaze per creare una farcitura interessante. Ne La vita segreta la voce invece si staglia su tutto il missaggio – dico – ed è così che la personalità del narratore diventa più evidente. Giacomo conferma: gli Abiku sono più soddisfatti dei lyrics de La vita segreta rispetto a quelli di Technicolor che erano ancora giovanili, quindi a maggior ragione devono essere in primo piano.
Domanda fumosa in arrivo: «Da quali atmosfere (fisiche e non) vi siete fatti influenzare per il vostro ultimo parto?». «Le atmosfere alla fin fine sono quelle dei sogni» e il testo de I fantasmi della casa accanto val più di mille spiegazioni: «Non sono mai riuscito a presentarmi / ai fantasmi della casa accanto. / La notte mi vorrebbero parlare, / ma io fingo di dormire e non li guardo».

Ultimissima domanda: «Che mi raccontate della copertina (o meglio, dell’incantevole copertina)?». La storia del merlo dell’ameno cartonato de La vita segreta – la cui grafica è curata da Roberto Redondi – risale a un pomeriggio a casa della nonna del batterista Stefano Campagna, dove viene rinvenuto un libro sulla natura, «il tipico libro che si trova a casa delle nonne». Le canzoni sono ancora abbozzate, ma Giacomo e Stefano decidono che le stampe del libro sarebbero l’involucro ideale per l’album: gli uccelli, le farfalle, i lombrichi e i ragnetti (che coronano la buccia del cd) vivono in effetti una loro, indisturbata vita segreta. «Mentre la vita segreta dei vostri testi è la vita psicologica del vostro narratore?». Giacomo annuisce: «Esatto, sono quei processi mentali che uno non va a raccontare in giro.».
Nella forma in cui viene raccontata nell’album, comunque, la vita segreta degli Abiku risulta particolarmente affascinante e accogliente. Grazie per avercene reso partecipi.

Andrea Lohengrin Meroni