Voto

7.5
 

Pochi registi possiedono quella delicata sensibilità che ha plasmato il nuovo documentario di Silvio Soldini, un racconto di un’arte per mezzo di un’altra arte. Il fiume ha sempre ragione segue il lavoro quotidiano di due tipografi poco convenzionali, Alberto Casiraghy (Edizioni Pulcinoelefante) e Josef Weiss, amici nella vita e complementari nell’approccio alla loro arte secolare. Entusiasta per la vita, per la natura e per tutto ciò che questo mondo ha da offrire, Casiraghy ha un’aria naif e solare, si muove nel suo laboratorio con il fare di un bambino, mentre passa da un pensiero all’altro e da un discorso all’altro in modo sconclusionato, suscitando risate sincere in tutta la sala. Più ordinato e regolare, Weiss non ha meno energia del suo collega d’oltralpe: i suoi occhi brillano quando mostra la sua preziosa collezione di libri “salvati”.

Senza contrapporsi in modo netto alle nuove tecnologie, anzi accettandole (Casiraghy sapeva di stupire Soldini nel momento in cui dimostra di saper usare benissimo un tablet), i due artisti hanno scelto di coltivare le tecniche originali della tipografia, spinti da un amore e da una passione inestinguibili. Casiraghy ama il colore, senza il quale non riesce a sentirsi vivo, mentre Weiss ama restaurare i libri dopo il logorio del tempo; entrambi amano il proprio lavoro e ne trasmettono il senso, ancora vitale ai giorni nostri. E questo amore è irresistibile: Silvio Soldini si fa da parte per amore verso i suoi protagonisti, mentre il pubblico finisce per innamorarsi del suo documentario.

Un racconto delicato, buffo e a tratti bizzarro, che sceglie di soffermarsi sui dettagli più curiosi: se pensate di annoiarvi in sala, vi sbagliate di grosso.

Benedetta Pini