Omaggiata dalla Cineteca Italiana con una rassegna presso il MIC (Museo Interattivo del Cinema, Milano), la carriera di Terry Gilliam è costellata di intoppi, sia intesi come fallimenti, sia come tentativi da parte dei produttori di normalizzare le sue pellicole. Ma l’ex Monty Python non ha mai rinunciato alla propria missione: esaltare l’immaginazione attraverso la forza visiva e narrativa del cinema, senza compromessi. In tal senso, Brazil è il miglior esempio.

Sulla falsariga di 1984, Brazil (1985) impartisce una visionaria lezione satirica sulla società contemporanea sfruttando una storia d’amore impossibile: Sam Lowry (Jonathan Pryce), logorato dalla routine lavorativa presso il Ministero dell’Informazione, incontra una donna che innescherà in lui un’epifania, portandolo a mettere in discussione la società distopica in cui è costretto a vivere.

A evidenziare la morale perversa della realtà di Sam interviene la scenografia, studiata per contrasti spesso aggressivi, come avviene, ad esempio, nella rappresentazione della metropoli: un po’ vintage e un po’ futurista, ricca di apparati tecnologici dallo stile Sixties. Anche la macchina da presa contribuisce a distorce il set, suscitando nello spettatore quella sensazione di disgusto tipica del regista. Al contrario, durante i dialoghi le riprese sono lente e morbide, creando una dissonanza dal sapore tragicomico, specchio delle aspirazioni frustrate dei protagonisti.

Se Sam Lowry fugge dalla realtà per trovare la felicità, Gonzo (Benicio del Toro) e Duke (Jhonny Depp) di Paura e delirio a Las Vegas (1998) fuggono dalla realtà perché disillusi nei confronti della società e della generazione beat. Questa critica viene affidata alla voice over di Duke, che accompagna un road trip atipico verso la città del peccato, all’insegna degli effetti di sostanze allucinatorie. Gilliam può allora dare pieno sfogo al proprio estro, sfruttando le luci della città e gli eccessi dei protagonisti per alterare la percezione spaziotemporale, in un calderone di grottesco, pulp e black humor, di inquadrature lisergiche, grandangolo, zoomate e rallenty che enfatizzano il trip psicotropo di Gonzo e Duke.

La mescolanza tra ordinario e fantastico, razionale e surreale difficilmente stona nella narrazione dei film di Gilliam, a eccezione di Monty Python – Il senso della vita (1983): seppur divertente – e a tratti irritante –, il film è permeato di un surrealismo che va ben oltre il buon gusto. Lo stesso di può dire della falsa biografia dei fratelli Grimm, I fratelli Grimm e l’incantevole strega (2005), in cui Gilliam perde il controllo della materia fantastica, che sovrasta tutto il resto.

L’aspetto visionario sparisce invece in Parnassus – L’uomo che voleva ingannare il diavolo (2009), che degli stilemi del regista mantiene solo gli effetti speciali virtuosi e le scenografie eccentriche (si pensi alle squallide carovane e al fantasmagorico mondo oltre lo specchio). La tragica vicenda di Heath Ledger, scomparso durante le riprese, e la conseguente aggiunta di Colin Farrell, Jude Law e Johnny Depp per sostituirlo hanno reso il film unico nel suo genere; un inno alla fantasia, ormai relegata ai margini della triste società.

Similmente, L’esercito delle 12 scimmie (1995) si serve del filone fantascientifico per riflettere sulla società postmoderna, in particolare sulla pazzia che conduce alla fuga dalla realtà. Questa tematica, già cara a Gilliam (Paura e delirio a Las Vegas e Brazil), viene portata all’estremo, tanto che l’istinto di fuga non appartiene solo ai personaggi, ma è radicato nella stessa società. Così, la rassegna “Terry Gilliam e dintorni” non è altro che un grido a esortare il cinema mainstream contemporaneo a raccontare storie visionarie, folli, anticonvenzionali.

Daniela Addea