Voto

5
 

Un altro scivolone da parte della distribuzione italiana, che preferisce un anonimo quanto dimenticabile Il fascino indiscreto dell’amore al ben più significativo Tokyo fiancée.

Diretta dal regista belga Stefan Liberski, la pellicola gioca fin dal principio su un’immagine stereotipata del mondo giapponese; e proprio sullo sfondo di atmosfere pastello e toni leggeri avviene l’incontro tra due mondi diametralmente opposti: Amélie e Rinrin reggono il baluardo dell’antinazionalismo, desiderando essere altro da se stessi. Amore spassionato per il Giappone da una parte, ossessione spasmodica per la cultura francese dall’altra, i due protagonisti si abbandonano a una delicata storia d’amore che intenerisce lo spettatore lasciandolo, però, sempre in allerta, ben consapevole della difficoltà di conciliazione tra culture così differenti.
La ragazza, totalmente cieca di fronte a una realtà che ben si distanzia dal Giappone sempre sognato, scopre lentamente un paese contraddittorio, chiuso in se stesso, lascivo solo all’apparenza e a tratti inquietante. La presa di coscienza di Amélie viene enfatizzata dalla fotografia di Hichame Alaouie, che regala scorci inediti e situazioni così paradossalmente reali da suscitare una risata imbarazzata.

Tokyo_fiancee

In un rendez-vous di 100 minuti il regista riesce a creare un’interessante commistione tra la tipica comicità francese e l’irriverenza giapponese al limite del trash – tra cui improvvisazioni canore da musical di seconda categoria e cuoricini digitali in stile manga – che irrompono sul grande schermo e lasciano lo spettatore tra l’interdetto e l’indignato.

Totalmente spaesato, chi assiste si trova a sperare in un lieto fine improbabile e nel frattempo si chiede fino a che punto potrà spingersi la bizzarria delle situazioni. Liberski – purtroppo o per fortuna, questo non si è ancora del tutto compreso – prende quindi le parti dell’inesorabile deus ex machina e indirizza gli eventi, dando un taglio drastico all’atmosfera di evidente disagio creatasi tra i protagonisti. Amélie compie allora la sua scelta per definire, una volta per tutte, la sua vera identità: “metamorfosi completata”.
Ed è così che in un finale davvero sbrigativo si tira finalmente un sospiro: di malinconia per un esito previsto, ma mai sperato? Di delusione per le alte aspettative? Probabilmente entrambi.

Anna Magistrelli