Voto

7.5
 

Nella Prefazione a I Malavoglia Giovanni Verga parla di quei “vinti che la corrente ha deposti sulla riva, dopo averli travolti e annegati, ciascuno colle stimate del suo peccato, che avrebbero dovuto essere lo sfolgorare della sua virtù”. Una dichiarazione di poetica che Silvia Luzi e Luca Bellino fanno propria, dimostrando la sensibilità con cui si accostano al loro primo film di finzione.

Nella storia di un padre padrone (Rosario Caroccia) che, nel cratere della provincia campana, cerca di trasformare la figlia (Sharon Caroccia) in una cantante neomelodica, si avverte non solo l’attenzione per chi viene lasciato indietro dalla “fiumana del progresso” ma anche quell’atteggiamento tipicamente verghiano del raccontare la realtà dall’interno, senza giudizi né astrazioni. Ed è proprio per questo che i due registi decidono di girare con una troupe ridotta e attori semi-professionisti, azzeccando i volti giusti per rendere più sfumati i contorni tra la realtà e la sua rappresentazione.

Scelte radicali che sono l’essenza di un film pronto a sfidare continuamente il suo spettatore e la narrazione a cui è abituato: Il cratere vive di tempi lunghi e spazi morti, di inquadrature sporche e sbilenche che rinchiudono i personaggi nell’abbraccio soffocante di primi e primissimi piani; mentre la profondità di campo nega loro qualsiasi prospettiva, come a rendere tragicamente vani tutti i loro sforzi per raggiungere un futuro da cui sono già tagliati fuori.

Nonostante l’esperimento sfugga po’ di mano, specialmente in una seconda parte fin troppo ellittica, non si può che apprezzare il coraggio di due autori che si gettano sul campo senza protezione e compromessi, riuscendo a restituire sullo schermo il colore più difficile: quello grigio e opaco della vita.

Francesco Cirica