Se fino a non molto tempo fa la parola “telefilm” evocava il parente povero del grande schermo, qualcosa da guardare sonnecchiando mentre si era impegnati a fare altro, oggi la serialità televisiva è diventata la regina del panorama mediale, catalizzando su di sé l’interesse della cultura popolare, grazie anche a un’offerta sempre più corposa e pervasiva. In un ambito così vasto, non può mancare chi cerca di vederci più chiaro; e proprio questo fa Long TV. Le serie televisive viste da vicino di Daniela Cardini. Trasportando il lettore in un affascinante viaggio all’interno del fenomeno del momento, il saggio inquadra la serialità all’interno di una prospettiva che ne analizza non solo la storia e le strategie testuali, ma anche il pubblico e le routine produttive.

La forza del libro, edito da Unicopli, risiede nella scelta di non seguire l’onda emotiva o la moda della serialità di cui tutti parlano, ma di partire da una prospettiva prettamente accademica che vuole indagare, circoscrivere e tentare di definire il fenomeno nella sua totalità. Un avventuroso itinerario che si muove all’interno di una strana fauna: tra chi divora le sue serie preferite in una nottata (binge watching) e chi, invece, cerca di prolungarne il piacere all’infinito (tantric television); tra chi accumula una conoscenza quasi enciclopedica delle sue serie preferite e chi cerca di far convivere la propria passione con una prospettiva di studio (aca-fan). La domanda rimane sempre la stessa: qual è il tratto fondamentale del racconto televisivo contemporaneo? Cosa rende Gomorra intimamente diverso da Il commissario Montalbano?

Per trovare una risposta adeguata non si può più guardare con sufficienza a un fenomeno troppo spesso sottovalutato e svilito, né fare riferimento a un’astratta nozione di qualità; bisogna invece capire quale sia la caratteristica essenziale del racconto seriale, in quanto campo d’indagine autonomo, libero dalle categorie interpretative provenienti da altri ambiti. Dalle origini della narrazione a puntate, ovvero dai romanzi popolari francesi dell’Ottocento (feuilleton), che per primi offrirono un intrattenimento appassionante e cadenzato nel tempo, è evidente come la serialità sia innanzitutto interconnessa con la vita quotidiana e, specialmente, con i ritmi dell’industria, poiché un tale tipo di narrazione non può essere slegato dalla sua riproducibilità tecnica e dall’esistenza di una platea sempre più affamata. La dimensione produttiva riveste un ruolo fondamentale anche oggi, tanto da permettere a emittenti del calibro di HBO di assumere professionisti del grande schermo per le sue miniserie o a piattaforme come Netflix di rifornirsi con un’infinità di contenuti originali.

Se queste connessioni erano valide per la serialità delle origini, lo sono ancora di più per quella contemporanea, che Cardini definisce “Grande Serialità” per la sua capacità di ingigantirsi e tracimare al di là del piccolo schermo, intrecciandosi alle routine produttive, alle abitudini di visione e persino al cinema (si pensi solo ai film Marvel). Moltiplicandosi attraverso internet, la serialità si configura allora come un vero e proprio ecosistema, in cui ogni parte dialoga e si modifica seguendo sollecitazioni interne ed esterne. In un’ottica del genere, anche l’unita di misura della serie si allarga, passando dalla puntata autoconclusiva alla stagione, che porta avanti storie differenti e parallele, annodandole tra loro come fili su un telaio.

Proseguendo nella sua indagine con rigore accademico e piacevolezza di scrittura – senza tuttavia negarsi, sotto sotto, il fuoco dell’appassionata divoratrice di serie –, Cardini individua il tratto fondamentale della Grande Serialità nella sua complessità. Da Game of Thrones a Tredici, da Breaking Bad a The Crown ciò che caratterizza la serialità contemporanea è la sua stratificazione, la sua densità di temi, personaggi e sottotrame. Una complessità che ben si incarna in uno dei ruoli centrali della nuova stagione televisiva, metafora per eccellenza di questa stratificazione: l’antieroe, figura che perpetra il male pur rimanendo intimamente umano, che compie cose terribili eppure continua a suscitare l’empatia dello spettatore.

In un mondo sempre più veloce, connesso e stratificato, in cui milioni di voci si accavallano creando narrazioni sempre meno univoche, ecco allora che secondo Daniela Cardini la serie tv sembra essere il modo migliore per descrivere la complessità della realtà circostante. D’altronde, “i gufi non sono quello che sembrano”…

Francesco Cirica