Al termine della seconda guerra mondiale le condizioni dell’Italia erano tragiche: il bel paese, patria dell’arte e della cultura, si ritrovava, sconfitto, a ricominciare da capo. Il dopoguerra è un periodo in cui popolo italiano non solo riconquista la propria dignità, ma si avvia anche a una ripresa e una crescita economica. In breve tempo un Paese povero, contadino, con spirito di sacrificio e una radicata etica del risparmio viene investito da un’inarrestabile folata di vento proveniente d’oltreoceano: il consumismo.

Il contesto in cui la società italiana si affaccia all’era del consumo è molto complesso. I primi cambiamenti avvengono all’interno del palinsesto televisivo, che da una parte ha la tendenza di ricercare la novità, anche prendendo spunto da quello statunitense, dall’altra rimane ancorato a format più tradizionali e consoni alla cultura popolare italiana. Sono proprio questi gli anni in cui alla TV è richiesta una maggiore elasticità, affinché non si occupi solo di insegnare. Una prima rivoluzione avviene il 26 novembre 1955 con Lascia o Raddoppia?, diretto da Mike Bongiorno. Il programma, che prende ispirazione dallo statunitense 64000$ Question e consacra Bongiorno a colosso della televisione italiana, rende il format del telequiz un fenomeno di costume.

In questo contesto, che vede una crescita economica culminante con il boom economico degli anni che vanno dal’58 al ’63, è di fondamentale importanza la nascita del Carosello, in onda per la prima volta il 3 febbraio 1957. Insieme a Il Musichiere, il Carosello diventa un vero e proprio fenomeno sociale e segna una profonda evoluzione del medium: se il primo è un misto tra gioco degli indovinelli e prestanza fisica (bisognava correre verso una campana per rispondere), che si contrappone alla matrice enciclopedica del programma di Mike, il secondo invece merita una trattazione più approfondita per via della sua innegabile importanza sociale.

Il merito (o il demerito, a seconda delle inclinazioni ideologiche) del Carosello è quello di aver lanciato quella società agricola e dedita al risparmio nel mondo del consumo, rispondendo efficacemente al bisogno di mediare tra la tradizionale società italiana e il modello statunitense, che vede la pubblicità come un mezzo di comunicazione. Il Carosello era una striscia giornaliera di dieci minuti costituita da quattro o cinque siparietti, solitamente comici, che non menzionavano il prodotto pubblicitario; solo al termine di ogni siparietto c’era il “codino”, uno spazio dedicato interamente alla sponsorizzazione del prodotto. In poche parole, il Carosello legittima la pubblicità attraverso sketch che coniugano merce e intrattenimento.

L’implicazione sociale del programma non è dovuta solo al format, ma anche al mercato: nei mesi successivi alla prima messa in onda la vendita dei televisori aumenta sensibilmente, sintomo di una profonda evoluzione e diffusione del medium, che fungerà da rampa di lancio per quello che sarà il boom economico del ’58. Altro fattore che agevola l’entrata del Carosello nell’immaginario popolare è la sua posizione all’interno del palinsesto. La messa in onda alle 20.50, dopo il telegiornale, lo rende un appuntamento quotidiano, trasformando improvvisamente la pubblicità in un fenomeno collettivo: quante delle vostre nonne hanno detto “Dopo il Carosello, a letto!”?

In questo modo il consumo viene legittimato come fatto sociale ad alto valore simbolico, non più confinato agli atti quotidiani e anonimi delle mura domestiche, e ottiene il ruolo di collante sociale inedito nella cultura italiana. È grazie a questo fermento socio-economico che iniziano a nascere aziende che si occupano di spot e, di conseguenza, altre iniziano a mostrare interesse verso gli investimenti pubblicitari, aprendo le porte allo sviluppo di una società odierna. Sulla cresta dell’onda di questo cambiamento nostrano c’è il Carosello, la cui ultima puntata viene messa in onda proprio il primo gennaio 1977.

Filippo Fante

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