Voto

8

Dopo mesi di interviste, comparsate ed enigmatiche storie su Instagram, Calcutta dà alla luce Evergreen (Bomba Dischi). Al di là delle operazioni di marketing e dell’hype che ne hanno preparato l’uscita, il disco si rivela sorprendente, non solo rispetto al primo lavoro (Mainstream, 2016), ma anche ai tre assaggi che tanto hanno scaldato l’atmosfera: i singoli Orgasmo, Pesto e Paracetamolo. Edoardo D’Erme dimostra di essere cresciuto notevolmente sotto il profilo cantautorale e nell’attenzione compositiva: le tracce richiamano situazioni di vita quotidiana attraverso immagini e metafore singolari (“La cosa più bella che hai sono i nei, che punteggiano i discorsi tuoi”, Saliva), che si stagliano su uno sfondo musicale dal gusto ricercato e retrò.

Briciole introduce la componente squisitamente melodica che poi governerà tutto il disco, ricordando, sia nelle sonorità (e nell’outro in dissolvendo strumentale) sia nella linea vocale, i grandi cantautori italiani. Paracetamolo è il singolo da cantare a mille, seguito dalla nota di malinconica solitudine e di incertezze di Pesto. Ritmiche incalzanti costruiscono Kiwi, mentre frammenti cantautorali animano Saliva. L’intermezzo onirico Dateo anticipa il personaggio più inaspettato dell’album, Dario Hübner, in assonanza con “l’unghie” e in contrasto con la solitudine che lo circonda. Nuda Nudissima e Rai sono finestre sugli anni Settanta: la prima per i suoni e l’andamento anacronistico, la seconda per la componente pop-psichedelica che turba la linea di piano. Infine Orgasmo, che chiude il sipario con un ritornello appiccicoso ed efficace.

Non era facile confermare il successo di Mainstream evolvendo allo tempo stesso il proprio sound. Eppure, Calcutta ci è riuscito: è cresciuto e viaggia verso una maggiore consapevolezza, ribadendo la sua capacità innata di plasmare canzoni iconiche.

Riccardo Colombo