Voto

7
 

Un collegio sperduto tra le Alpi, una disciplina ferrea e un gruppo di adolescenti di ottima famiglia sono gli ingredienti con cui Andrea De Sica esordisce sul grande schermo. Un’opera prima che svela lo sguardo preciso e tagliente dell’autore, rivestito da un linguaggio elegante.

La storia di Giulio (Vincenzo Crea), lasciato dalla madre nell’esclusivo istituto, è un romanzo di formazione al contrario: una favola nera in cui la spietatezza e la prevaricazione del prossimo sono innalzate a principi formativi, dove la trasgressione non è un mezzo di liberazione ma di controllo da parte dell’autorità. È un mondo di uomini in cui le donne sono lasciate fuori campo o sfruttate come meri strumenti di piacere. Nonostante l’eccessiva ricerca della battuta a effetto e un finale affrettato, la sceneggiatura presenta spunti di riflessione originali e rari nel panorama nostrano.

La macchina da presa di De Sica guida lo spettatore nel racconto intrappolando i personaggi in inquadrature simmetriche, mentre il montaggio opera attraverso rimandi e parallelismi. Un occhio freddo e duro che guarda a  Haneke ed echeggia Shining (Stanley Kubrick, 1980) e Suspiria (Dario Argento, 1977), reso ancora più disturbante dalla fotografia raggelata che gioca con le ombre e usa colori desaturati.

Francesco Cirica