Voto

7
 

Come ogni film di Desplechin, anche I fantasmi d’Ismaël è una reazione ai precedenti: diversamente dal solito sceglie di lavorare con delle star del cinema, pur confermando il suo sodalizio con l’attore Mathieu Almaric, che questa volta veste i panni del protagonista Ismaël Vullard, un tormentato regista e sceneggiatore. Mentre sta lavorando al suo prossimo film, incentrato sulla storia del diplomatico Ivan Dedalus, attorno a Ismaël ruotano due donne: Sylvia (Charlotte Gainsbourg), un’astrofisica con cui ha una relazione, e Carlotta (Marion Cotillard), la sua prima moglie scomparsa da 21 anni prima e data ormai per morta.

Un intreccio di vite che oscillano fra presente e passato, realtà e finzione, che rapiscono e confondono lo spettatore, incapace di ritrovare il filo di questo turbinio di immagini. Arnaud Desplechin vi aggiunge citazioni e omaggi a grandi maestri della letteratura, dell’arte e del cinema quali Bergman, Truffaut, Hitchcock, Fellini e Nanni Moretti, che come fantasmi invadono la pellicola.

In parallelo si dispiegano sullo schermo le vicende create dalla mente del protagonista, che intreccia la storia del diplomatico sui generis Ivan (Luis Garrel) e della sua compagna Arielle (Alba Rohrwacher) alla “vera” vita del fratello di Ismaël, a cui il suo film si ispira. Due storie che non si incontrano mai, i cui protagonisti, dai contorni sempre indefiniti, sembrano vivere in universi autonomi e sospesi, alimentando una costante incertezza nello spettatore: esistono in quanto personaggi reali della diegesi o solo come idee del regista Ismael? Questo gioco di proiezioni rende i personaggi ombre, incubi, allucinazioni e interseca continuamente il piano del reale con quello dell’immaginazione di Ismaël senza soluzione di continuità. Sono le emozioni, i ricordi, le impressioni e le ossessioni continuamente cangianti del protagonista a venire raccontati da Desplechin, che rifiuta categoricamente di ridurli a un linguaggio cinematografico lineare. 

Mantenendo sempre una certa distanza dai personaggi, la macchina da presa scivola fluida tra una storia e l’altra, sostenuta da dialoghi di grande naturalezza, per quanto a volte la materia affrontata possa risultare pesante. Tuttavia, le visioni deliranti di Ismaël e i passaggi netti da un genere all’altro spezzano bruscamente il corso della storia, provocando un senso di straniamento che non sempre risulta efficace e toglie profondità drammatica alla vicenda principale del triangolo Ismael-Sylvia-Carlotta. I fantasmi del passato e della mente di Ismaël sono infatti i veri protagonisti di questo film fantasmagorico, che sfugge di mano e non lascia risposte. Se l’indagine del rapporto tra la vita e la sua rappresentazione è il tratto distintivo del cinema di Desplechin, è anche il suo stesso limite.

Fosca Raia