Sotto il sole cocente di Milano s’insinua una ventata di freschezza, in tutti i sensi: dal 20 maggio al 5 Giugno la casa editrice Iperborea ha presentato I Boreali, il più grande festival italiano dedicato alla cultura del Nord Europa. La rassegna ha spaziato tra gli ambiti più disparati, dalla letteratura alla musica, dal teatro al cinema. Sono stati proposti incontri con intellettuali nordici e italiani, concerti, seminari, corsi di lingua e tanto altro. L’evento ha animato moltissime location milanesi, tra cui il Teatro Franco Parenti, il Piccolo Teatro, il Museo di Storia Naturale e la Biblioteca Sormani. Non poteva mancare lo Spazio Oberdan, che è diventato meta fissa della redazione di 1977 e di molti cinefili incuriositi da pellicole che viene proposte di rado nelle sale cinematografiche italiane.
Operando una selezione accurata delle proiezioni e desiderando sperimentare generi sempre diversi, abbiamo deciso di parlarvi di tre pellicole davvero particolari.

 

The Disciple – Lärjungen, Ulrika Bengts, Finlandia, 2013

Larjungen_800jBuio, freddo e silenzio. Un faro veglia vigile sulle grigie acque del Mar Baltico e su una famiglia per cui il tempo sembra essersi fermato: nessuno può allontanarsi dall’isola, nessuna attività è permessa al di fuori del lavoro e dello studio. Rigore e disciplina, questo è l’imperativo che il padre di famiglia, nonché orgoglioso guardiano del faro, cerca di imporre alla moglie e al figlio. La monotonia di una vita senza stimoli viene interrotta dall’arrivo di Karl, tredicenne orfano determinato e ambizioso, forse fin troppo. Riaffioreranno allora verità nascoste, drammi familiari al limite della sopportazione, risentimento così esasperato da spingere a un odio cieco e a conseguenze distruttive.
La potenza della pellicola, forse non originalissima per trama e contenuti, sta nell’essere riuscita a congelare il battito cardiaco dello spettatore, proponendo non solo paesaggi desolati e atmosfere malinconiche, ma anche comportamenti di grande crudeltà e indifferenza. La freddezza, la rigidità e il controllo sono evidenziati in continuazione: dagli occhi dei protagonisti – privi di ogni espressione – alle punizioni corporali, dal mutismo forzato di un ragazzino che desidera con tutto se stesso vivere, al dolore malamente nascosto di una madre in balìa di un marito violento. L’impatto emotivo di The Disciple è notevole e duraturo, una vera frustata gelida che lascia il segno.

 

The Reunion – Återträffen, Anna Odell, Svezia, 2013
the-reunion-02The Reunion affronta temi come bullismo, prevaricazione e accettazione del diverso in un modo assolutamente originale. Sfruttando un ben riuscito colpo di scena, la regista realizza un gioco di mise en abyme inserendo la proiezione di un film all’interno della pellicola stessa; il proposito della Odell è, infatti, dirigere una fiction che ricrei una rimpatriata di classe – per la quale non ha ricevuto l’invito, vittima ancora una volta dell’indifferenza altrui – e di mostrare il risultato finale ai propri compagni, per indurli a confrontarsi col passato. La proiezione è la trasposizione di un episodio doloroso della vita della stessa regista, la quale ha deciso di trasformare in espressione artistica e in una riflessione sulla natura umana. Anna Odel ammette, infatti, in un’intervista: “Per molti anni ho voluto lavorare sul tema del bullismo. Durante tutta la scuola elementare sono stata vittima di bullismo e così ho voluto usare le mie esperienze in qualche modo per indagare, tra le altre cose, le relazioni all’interno di un gruppo in seguito a un cambiamento di gerarchia. Nella mia arte, ciò che mi stimola è la creazione di una finzione, il portarla nella realtà, e lasciare poi che la realtà reagisca alla finzione, al fine di creare un lavoro in cui tutte le parti si relazionino a vicenda.”
In The Reunion emerge una duplice realtà: la sofferenza di una donna nel tentativo di superare il dramma infantile dell’esclusione e, specularmente, il disinteresse dei suoi ex compagni di classe che di fronte all’evidenza si proteggono con il vile scudo dell’ “eravamo solo dei bambini”.

È allora straordinaria la capacità della regista di penetrare nell’introspezione dei personaggi, di sondare un’indole umana egoista e chiusa in se stessa, immutata nonostante la crescita e la maturazione. A lei quindi il merito di un lavoro profondo, causa di spunti di riflessione inevitabili e necessari.

 

Pioneer – Pionér, Erik Skjoldbjærg, Norvegia, 2013

PIONEERflagNon poteva mancare nella nostra rassegna un intrigante thriller ansiogeno.
Ispirato a una storia vera, Pioneer crea una perfetta commistione di eventi storici – la costruzione da parte del governo norvegese di un oleodotto sui fondali del Mare del Nord nel 1970 – e drammi umani: Petten, uno dei più esperti sub norvegesi, perde il fratello durante un’immersione di prova; le circostanze della morte sono però misteriose e il protagonista è pronto a tutto pur di far emergere una verità che è stata volontariamente insabbiata.
La pellicola stringe in una morsa d’apprensione giocando tutte le sue carte: personaggi loschi difficilmente riconoscibili, ambientazioni cupe, delitti inaspettati e inseguimenti, sotterfugi e manipolazioni di governo. Ciò che, però, determina il crescendo di tensione è l’eccezionale lavoro condotto da regia e montaggio: il regista alterna la camera fissa, per il racconto degli eventi, e la camera a mano per riprodurre esattamente lo stato fisico ed emotivo di Petten: le inquadrature sfocate, i veloci cambi di prospettiva e la riproduzione di suoni ovattati ricreano il disorientamento del protagonista causato dai continui sbalzi di pressione cui è sottoposto.

La sala rimane in uno stato di apnea per l’intera proiezione del film: un ottimo risultato per Skjoldbjærg, già autore nel 1997 di un altro thriller, Insomnia.

 

Uscendo dalla sala alla fine di ogni proiezione ci si sente come rigenerati, colmi di nuovi contenuti e di piacevoli novità. Insomma: il Festival I Boreali non poteva regalarci di meglio, e di questo gli siamo davvero grati.

Anna Magistrelli