Voto

7.5
 

“Che diritto ha l’uomo di prendere un pezzo di terra, delimitarlo e dire che gli appartiene?”. Presentato alla scorsa Mostra di Venezia, Human Flow dell’artista cinese Ai Weiwei sembra chiedersi, sussurrandolo per tutta la sua durata, proprio questo.

Tra gli artisti contemporanei cinesi più quotati al mondo, Ai Weiwei veste per la prima volta i panni del regista cinematografico a tutto tondo per affrontare il tema della migrazione. Che questo fosse un argomento caro a Weiwei lo si era già capito dai suoi gommoni appesi, fino a poco tempo fa, sulla facciata di Palazzo Strozzi a Firenze in occasione dell’ultima retrospettiva italiana su di lui dal titolo Libero; installazione che aveva suscitato l’attenzione degli addetti ai lavori e non.

Weiwei il ribelle: costantemente tenuto sotto controllo dalle autorità cinesi per le sue opere critiche nei confronti del governo di Pechino. Weiwei il provocatore: gli venne impedito di espatriare dalla Cina fino al luglio del 2015, e non è un caso che nella sua prima pellicola abbia affrontato un problema che è conseguenza, essenzialmente, dell’esistenza dei governi e degli stati nel mondo: “Imagine there’s no country” direbbe qualcuno. Ai Weiwei ha sempre odiato le autorità, le ha sempre provocate e, finora, ha sempre vinto le proprie battaglie contro i governi, in particolare contro il proprio.

Human Flow è un susseguirsi di luoghi e immagini senza soluzione di continuità: l’occhio muto del regista passa dalla Siria all’Italia, dal confine tra Messico e USA alla Germania, portando la propria telecamera all’interno dei campi profughi di tutto il mondo e lasciando parlare i diretti interessati, limitandosi a introdurre ogni tappa del viaggio con brevi didascalie che citano poeti di svariate nazionalità. Ambienti diversissimi tra loro, non-luoghi per eccellenza: un enorme limbo senza tempo in cui parte dell’umanità è costretta a vivere a causa di accordi presi a tavolino tra i potenti di due o più nazioni. Qualcuno la chiama politica.

Un viaggio sensoriale ma soprattutto emotivo, in cui il protagonista collettivo del “Flusso Umano” prende la parola per dire la sua e raccontare storie ambientate nei più diversi angoli del mondo, storie di morti in mare e di figli rimasti orfani, per farci capire che non possono esistere confini e barriere di fronte alle tragedie e alla sofferenza umana.

Andrea Mauri

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