Voto

6.5

Prendete una troupe di attori italiani noti – alcuni ormai decaduti – in cerca di visibilità e lavoro, rinchiudeteli per due mesi in un albergo dell’est Europa circondato da neve e guerra. Hotel Gagarin, primo lungometraggio di Simone Spada, tratta una vicenda originale, usando il cinema per raccontare una storia di rinascita carica di sana nostalgia e capace dunque di rendere omaggio al buon vecchio vecchio cinema italiano, dal tocco delicato e puro (vari i riferimenti che omaggiano Mediterraneo).

In questo modo il regista piemontese si affida a un cast dell’usato dall’efficacia garantita, come Claudio Amendola, Giuseppe Battiston e Luca Argentero. Diviso in due parti, il film parte come un auto d’annata, fatica a carburare e mantiene un ritmo mediocre e sicuro, con qualche eccesso di banalità che scoraggia lo spettatore. Ma tutto cambia nella seconda parte del film: l’asticella comincia ad alzarsi e la narrazione inizia finalmente a raccontare – seppur con situazioni spesso un po’ troppo surreali – come la felicità vada ricercata nelle piccole cose e nel necessario calore umano dimenticato nella quotidianità.

Il costante senso di nostalgia, accompagnato da musiche dal tocco malinconico, è diretto verso una società e un cinema oggi estinti, quando erano ancora poco distratti da effetti speciali e budget giganteschi. Nonostante questo aspetto risulti riuscito, i limiti evidenti del film sono una regia poco incisiva e una scrittura che tende a osare raramente e a giustificarsi troppo, senza concedersi mai del sano cinismo e restando sempre nella propria confort zone, come un anziano che ricorda languidamente i vecchi tempi ormai andati.

Fabrizio La Sorsa