Voto

8

C’è una costante curiosa che riguarda tutti i cinque componenti storici degli One Direction: ognuno di loro ha un background musicale diverso dall’altro. Quello di Harry Styles è sicuramente il più tradizionale: David Bowie, Fleetwood Mac, The Rolling Stones e tutto il panorama musicale che ha fatto la storia del rock and roll angloamericano.

L’omonimo Harry Styles, infatti, può essere quasi considerato un tributo agli artisti che da sempre influenzano stilisticamente il musicista: dal sound fastoso di Sign of the Times, che ricorda il David Bowie di Hunky Dory e strizza l’occhio ai Queen di A Night at the Opera, a Sweet Creature, che potrebbe benissimo essere una b-side di Blackbird dei Beatles.

Se c’è un vero tallone d’Achille in Harry Styles, però, è la coesione singhiozzante tra i dieci brani dell’album: il passaggio dal folk, al soft rock, fino al sound hard rock di Kiwi può creare disorientamento nell’ascoltatore, sensazione che, però, si metabolizza facilmente grazie alla qualità degli arrangiamenti, semplici ed efficaci.

L’esordio da solista di Harry Styles è un’ottima dimostrazione di quanto sia possibile prescindere dai trend musicali puntando sulla qualità.

Christopher Lobraico