Voto

7.5
 

Dark comedy dalle tinte cupissime, Happy End prosegue la parabola discendente dell’alta borghesia europea tracciata da Michael Haneke fin dai suoi esordi, riprendendo il discorso lasciato aperto da Amour – tornano addirittura i personaggi di Georges e Anne. A pagare le conseguenze di questo declino di cultura e sensibilità è l’intera civiltà occidentale, esemplificata dalla famiglia Laurent: Georges (Jean-Louis Trintignant), un patriarca stanco di vivere, ha lasciato le redini dell’impresa edile alla figlia Anne (Isabelle Huppert), che annaspa nel tentativo di tenerla a galla nonostante l’incapacità del figlio Pierre (Franz Rogowski), giovane rampollo sull’orlo dell’alcolismo, e l’inettitudine del fratello Thomas (Mathieu Kassowitz), fedifrago e insoddisfatto.

Personaggi tanto ricchi quanto disgustosi e spietati, eppure impuniti. Sociopatici al punto da non riuscire a comunicare tra di loro o verso l’esterno, sono chiusi nei propri interessi e nei loro feticci, privati della possibilità di uno spessore emotivo dal privilegio di aver vissuto un’intera vita senza preoccupazioni. E se anche hanno subito dei traumi, Haneke non è interessato a indagarli per spiegare i loro comportamenti disumani: l’anestesia della macchina da presa di fronte a un mondo che si sgretola coincide con quella dei suoi protagonisti, padroni del mondo ma allo sbando, condannati a un’autodistruzione inconsapevole e, dunque, inarrestabile.

Unico contrappunto ai Laurent è Eve (Fantine Harduin), una ragazzina angelica giunta a un annichilimento talmente consapevole e disincantato da rinunciare a intervenire nel mondo; scelta simbolo di un voyeurismo radicale, filtrato attraverso la lente anestetizzante degli smartphone (tema già affrontato in Niente da nascondere) e interessato alle vite virtuali degli altri. Così il voyeurismo tipico dello spettatore cinematografico non trova più soddisfazione nello spiare ciò che fanno i personaggi, bensì nel leggere le loro chat private sui social network. Allo stesso modo la macchina da presa di Haneke non interviene né si sofferma su gesti drammatici o azioni esplosive, lasciandole fuori dalla scena (a differenza di Funny Games), e si serve di glaciali piani sequenza che permettono a questa subdola autodistruzione di progredire, lenta e inesorabile. Anche l’essenziale colonna sonora è costruita per sottrazione: privilegia i rumori d’ambiente e il silenzio, che risuona angosciante in un modo in cui la vita si affievolisce sempre di più.

Estetica e temi ricorrenti, quasi ossessioni, nel cinema di Haneke, che incappa nella ripetizione di se stesso proprio come Terrence Malick negli ultimi film: deliri di potere, rapporti familiari malati, decadenza della borghesia, razzismo, violenza, pervasività dei device, crisi delle nuove generazioni. Anche il semplicistico simbolismo di Calais, città francese di confine divenuta famosa per essere uno dei più grandi centri di accoglienza e smistamento dei migranti in Europa, contribuisce ad appiattire un discorso in nuce agghiacciante ma indebolito nel risultato.

Benedetta Pini