Dea immarcescibile che non deve chiedere mai o artista isolata che deve sudare sette camicie per non lasciarsi scappare i propri collaboratori? Vestale del divismo ventiquattr’ore su ventiquattro o donna giocosa e gaudente a cui, tra un sorso di champagne e l’altro, può anche sfuggire qualche battuta auto-ironica? Guerriera dalle fauci minacciose o nonna dallo sguardo pieno di tenerezza?

A giudicare dal ritratto che Sophie Fiennes ne dà in Bloodlight and Bami, documentario dalla lunghissima gestazione, Grace Jones sembra essere un mix di tutto questo. Ma – a dispetto di quanto si potrebbe pensare data la sua immagine spigolosa, sagomata dal grande grafico Jean-Paul Goude nelle copertine dei suoi album – le transizioni da una personalità all’altra sono piuttosto morbide; le sue (rare) scenate inoltre non hanno niente a che vedere coi capricci che fanno parte del folklore di tante star.

Emerge casomai una ferrea determinazione a tener fede alla sua reputazione, e non solo con le performance dinamiche e desnude che l’hanno resa un’icona: gran parte del girato riguarda il making-of di Hurricane, l’album del suo ritorno, risalente ormai a dieci anni fa e voluto dalla stessa Grace più di chiunque altro. Tampina i turnisti che apparentemente – sacrilegio! – hanno altre priorità e suscita compassione mentre si esibisce in show televisivi improbabili, in favore di platee allocchite e di conduttori superficiali e provinciali (che, a quanto pare, non sono un’esclusiva italiana).

Tutto ciò per raggranellare i fondi che le servono per imbastire questa sua ultima fatica. Il risultato val bene la sua cocciutaggine. Hurricane magari non sarà l’LP più paradigmatico della sua carriera, ma sicuramente è quello meglio pensato, oltre a essere molto “sul pezzo”: i due decenni di silenzio che l’hanno preceduto sono stati spesi evidentemente tra buoni ascolti, ottimi consigli (come quelli del suo produttore, Brian Eno) e tanta ginnastica rassodante, visto tutto Bloodlight and Bami è scandito da robuste interpretazioni live delle canzoni dell’album.

In un ordine rigorosamente non cronologico, la Grace pubblica viene giustapposta a quella privata, che scorrazza nei luoghi della sua difficile infanzia giamaicana e fa i conti col suo passato (segnato dalla presenza del suo brutale “nonno adottivo” Mas P) in compagnia dei familiari. Costoro sono tanto timorati di Dio quanto istrionici: quando la madre ottantenne di Grace si esibisce con acuti sovrumani di fronte alla comunità pentecostale di cui il figlio Noel è pastore, è evidente che tutti, nella famiglia Jones-Williams, hanno un gran talento nel sottomettere il pubblico, sia che si tratti di una congrega religiosa, sia che si parli dei clienti di una discoteca gay, come nel caso della Grace prima maniera.

Nell’economia di Bloodlight and Bami non tutte le incursioni nel mondo domestico della Jones sono ugualmente necessarie: a tratti viene il sospetto che l’occhio indiscreto di Sophie Fiennes induca la cantante a teatralizzarsi, il che è inevitabile nella gran parte dei ritratti “dietro le quinte”. Alcuni dei momenti migliori capitano quindi quando l’Uragano Grace non finge di ignorare la macchina da presa e le si rivolge direttamente, teorizzando con accuratezza il proprio status di diva: vale tutto il documentario il momento in cui la Jones, impellicciata e un po’ brilla alle 11 del mattino, dichiara con spavalderia che – anche se la scenografia, le luci e l’amplificazione dovessero tradirla durante un concerto – lei saprebbe prendere il peso di tutto lo show sulle sue (nude) spalle, evitando che anche un solo spettatore lasci la sala. Quante dive dei nostri giorni potrebbero affermare la stessa cosa con uguale e giustificata sicumera?

Andrea Lohengrin Meroni