Voto

3

Esterno, notte. Sullo sfondo del ponte di Brooklyn e delle luci di Manhattan John Travolta si rivolge direttamente in camera arringando il pubblico in stile Quei bravi ragazzi (Martin Scorsese, 1990), assicurando una storia incredibile: l’ascesa di un uomo fuori dal comune, di uno di quegli antieroi consacrati proprio dal cinema di Scorsese. Peccato solo che, tra vicissitudini produttive e l’amichevole supervisione del progetto da parte dei parenti del defunto boss, Gotti – Il primo padrino di Kevin Connolly sia lontano anni luce dalle sue stesse premesse.

Più che un film, il risultato finale è un patchwork i cui pezzi sono tenuti insieme da quella che vorrebbe essere una trama ma non è altro che una serie di fatti giustapposti, privi di un progetto o una direzione capace di coordinarli in uno sviluppo narrativo. E mentre Travolta gesticola “all’italiana” e si appiccica in faccia una smorfia imbronciata dal primo all’ultimo minuto, la regia scriteriata di Connolly moltiplica le inquadrature senza apparente ragione o abbonda di zoomate, nel tentativo di assumere uno stile documentaristico, ma finisce solo per rendere l’azione ancora meno decifrabile. Sul cast di comprimari, è meglio tacere.

Come se non bastasse, Gotti cerca anche di esprimere un giudizio sulla figura storica del Padrino che tenne in pugno New York negli anni ’80. Ma il risultato è semplicemente agghiacciante. Con una retorica degna dei più convinti film di regime, racconto finzionale e materiale d’epoca vengono manipolati per restituire l’immagine di un onesto padre di famiglia adorato dai propri concittadini. Così, quella che sembrava una semplice gangster story rischia di sfociare in un’apologia del sistema mafioso, che si spinge fino al paradosso di dipingere i processi ai padrini come uno spreco di denaro pubblico. Ecco come rendere anche pericoloso quello che sarebbe potuto essere semplicemente un brutto film.

Francesco Cirica

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