Voto

7
 

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Humanz
rompe finalmente il lungo silenzio della virtual band Gorillaz
, interrotto solamente da una discreta serie di singoli, di video per realtà aumentata, di stories-interviste dei famosi alter ego animati e da altre divertenti trovate tecnologiche. Nonostante le precedenti dichiarazioni del duo Albarn-Hewlett, non c’è traccia di riferimenti politici anti-Trump o anti-Brexit all’interno dell’album, ma ciò non sembra comprometterne il potenziale. Il progetto rapisce l’ascoltatore e lo rilascia nel bel mezzo del 2001, anno in cui il connubio musica-video-comics si è rivelato la carta vincente e solido emblema della band. Vista la recente mortificazione del lato visual del progetto, un cambio di rotta non può che essere ben accetto.

Ciò che invece spiazza di Humanz è la vertiginosa lista di collabozioni e l’altrettanto vertiginoso susseguirsi di tracce apparentemente indipendenti e slegate l’una dall’altra: dai De La Soul a Pusha T, da Peven Everett a Danny Brown, da Antony Hamilton all’arci nemico Noel Gallagher, ne risulta una collezione eterogenea di brani ben strutturati e accattivanti (con poche eccezioni), intervallati però da interludi insistenti e poco attraenti all’ascolto.

Tra hip hop, rap, soul, velate citazioni di Everyday Robots e abbinamenti bizzarri, il lavoro dei Gorillaz si rivela ancora una volta frutto di grande ispirazione, alimentata da un ritrovato interesse nello sviluppo omogeneo di musica, video e fumetti che conferma il progetto come uno dei più interessanti degli ultimi anni.

Giulia Tagliabue