1. “Nuje simme frate, no?”

La più grande novità della serie è l’entrata in campo di Forcella, Sanità e dintorni, i quartieri centrali di Napoli in cui le telecamere di Gomorra – La serie non avevano ancora messo piede. E se ogni piazza è controllata dal sistema, la paranza di Enzo Sangue Blu (Arturo Muselli) è lì apposta per travolgerlo. Costantemente incitato da Ciro ad alzare il tiro, Enzo e il suo stuolo di “fratelli” sono i protagonisti indiscussi di questa stagione. Abiti neri, barbe lunghe e “stese” sono i tratti distintivi di un esercito in guerra, il medesimo che nella realtà, sotto il nome di clan Sibillo, ha seminato terrore nel centro di Napoli tra il 2013 e il 2015. Se il rapporto tra Ciro ed Enzo Sangue Blu è così fedele da emozionare, tuttavia l’intreccio della stagione è giocato sulla possibilità che, precario, l’equilibrio si possa spezzare. Sono queste le regole di un mondo dove le regole non esistono e gli interessi contano più dei sentimenti. Ed è nelle sottili crepe del rapporto tra i due che le inquadrature di Francesca Comencini indugiano prepotentemente, mentre le memorabili performance degli attori compiacciono questa insistenza.

2. “Nun me firo manc ‘e me Cirù, però ‘e te sì”

Senza più una famiglia, senza casa, senza amici, Ciro di Marzio (uno strabiliante Marco D’Amore) è il redento tra i combattenti: la guerra in cui ora tutti sono coinvolti l’Immortale l’ha già vissuta e masticata, patendone le conseguenze. La sua consapevolezza passa dall’esperienza penitente della Bulgaria e approda nel porto sicuro di Secondigliano, da cui semina consigli senza ambire ad alcun tornaconto. La regia di Claudio Cupellini infierisce sulle ferite, posizionando la macchina da presa dietro alla sua nuca, come un’arma che prima o poi sparerà.

3. “Hann acciso o’ Stregone a casa soja”

Quando alla sceneggiatura mancano colpi di scena, il progetto è destinato a fallire. Ma non è questo il caso. La scrittura di Leonardo Fasoli e Maddalena Ravagli è così magistralmente strutturata da conservare con ordine ogni situazione in un cassetto. E lo spettatore testa con i protagonisti il sapore amaro della vendetta: a ogni azione segue una reazione, a momenti tanto prevedibili da far commettere imperdonabili errori a Genny, accecato dall’amore e dal desiderio di riprendersi moglie e figlio. Nel frattempo alcune certezze epocali, come l’alleanza tra i Confederati, vengono a sciogliersi e provocano conseguenze improvvise e disastrose.

4. “Cà nun se vive, cà se more e basta”

Se nelle prime due stagioni la visione di Gomorra è grandangolare, nella terza si entra diretti nella mente dei personaggi, e la canalizzazione patetica è l’espediente riuscito che permette allo spettatore di comprendere l’astuto gioco di Patrizia (Cristiana Dell’Anna, che qui supera se stessa). E più ci si addentra nelle emozioni, più la sofferenza di Giuseppe Avitabile (Gianfranco Gallo) diventa improvvisamente comprensibile e l’irrequietezza di Scianel (Cristina Donadio) cogente. Tutti, nessuno escluso, muoiono dentro e la livella del dolore incattivisce i personaggi con un desiderio di una rivincita insaziabile, che ammanta i personaggi di un’insofferenza un po’ troppo sopra le righe e poco realistica.

5. “Senza vostro padre Secondigliano e Scampia sono una bomba ad orologeria”

La frase pronunciata dal boss Edoardo Arenella preconizza una rivoluzione nel futuro, la proiezione di un grosso problema dopo la morte di Ciro e Scianel, le due torri di controllo. Venuto a mancare l’Immortale, diventa difficile immaginarsi empatici nei confronti di Genny o di Enzo Sangue Blu, l’uno troppo simile al padre e l’altro troppo ambizioso. Scontata sarà però l’importanza del ruolo assunta dai due boss nella ripianificazione del territorio, oltre che nella contesa delle piazze di spaccio e nella vendetta, obbligatoria di Genny. Cosa aspettarsi allora? La sceneggiatura si atterrà ai fatti realmente accaduti al clan Sibillo? Violenza chiama violenza.

Agnese Lovecchio